La storia recente dell’attentato alle torri gemelle dell’11 settembre in America, e la relativa politica del terrorismo islamico, sono due eventi che hanno coinvolto l’opinione pubblica mondiale.
La caccia a colui che architettò questo assassinio di massa fra le lamiere dei grattacieli, Osama Bin Laden, ha costretto gli americani ad organizzare una caccia all’uomo senza sosta.
Oggi, nel 2013, il cadavere di Bin Laden è stato fotografato e messo a disposizione da tutti i media del mondo, a testimonianza di come gli americani siano riusciti a stanare colui che gestiva la cellula terroristica di Al Qaeda.
Ma quali eventi hanno portato alla cattura di quest’uomo, e come ha fatto la CIA a riuscire a localizzare dove soggiornava, pur essendo così accorto nell’evitare di lasciare le sue tracce?
Sono domande che trovano risposta nell’ultimo thriller di Kathryn Bigelow, che con due ore e mezzo di spettacolo riesce a svelare circa dieci anni di indagini che la CIA ha gestito per proteggere gli americani ed evitare che la violenza senza senso potesse mietere altre vittime.
Il film sceglie di mostrare tutti gli accadimenti senza un eccessivo sensazionalismo. Gli agenti si muovono sulla scena con piglio professionale e con una certa vena di reale disappunto quando stanno per iniziare gli interrogatori dei presunti terroristi.
La regia mostra anche le torture inflitte ai sospettati, ma non infierisce nel mostrare chissà quali scene impressionanti; per colpire lo spettatore bastano le urla di dolore e l’orrida descrizione del modus operandi dei diversi supplizi.
Il team di agenti della CIA implicati nelle difficili indagini per preservare la pace nel mondo è composto da poche persone, che giorno e notte lavorano in America e nei territori arabi, sotto copertura, per incontrare uomini chiave e guadagnare qualche informazione preziosa.
Fra di loro c’è la figura di Maya (Jessica Chastain), donna all’apparenza minuta, ma che nasconde una profonda grinta ed una solida convinzione nel suo operato.
Il film mostra la crescita dell’agente, dalle prime missioni in cui ancora gira la testa mentre vede l’esecuzione di una tortura, fino a quando, anni dopo, il suo lavoro porterà alla cattura del terrorista numero uno al mondo.
Sono proprio le sue eccezionali convinzioni a far partire la missione che, nella notte del maggio del 2011, farà volare la squadra dei Navy Seals ad Abbottabad, in Pakistan, dove effettivamente risiedeva il ricercato.
Zero Dark Thirty è un film solido, che mostra un racconto di cronaca lungo diversi anni.
Non c’è retorica nella sceneggiatura, né una qualsivoglia morale che abbia intenzione di giustificare chissà quale violenza perpetrata ai danni di un uomo.
Tutto il racconto cinematografico sa essere veritiero, e dimostra perfettamente come la Bigelow si sia documentata pedissequamente per narrare questi eventi di importanza storica determinante.
Quello che ne è venuto fuori è un film avvincente, che riesce a divenire eccezionale grazie ad una sceneggiatura che sa fare un collage, realistico e mai troppo romanzato, di eventi veramente accaduti.
I diversi attentati e le bombe che squarciarono l’orgoglio e la vita di tanti agenti coinvolti, sono mostrati quasi col piglio di una giornalista appassionata, che conosce il valore della perdita di una vita umana e di un collega oramai diventato un amico.
Che poi un’azzeccata sonorità renda alcuni eventi ancora più coinvolgenti, è solo un piccolo escamotage per trasformare tutti gli eventi anche in un sorprendente racconto da far saggiare al pubblico.
Un racconto, purtroppo, maledettamente vero e che ha segnato per sempre la storia dell’umanità.