Con la visione delle puntate numero sette e otto ci stiamo avvicinando al finale dell’interessantissima docu-serie Netflix The Last Dance.

Durante questi nuovi appuntamenti il focus sarà sempre su Michael Jordan e le sue esperienze da fuoriclasse sopratutto durante gli anni 1995 e 1998, periodo in cui accadranno eventi molto significativi per la sua crescita interiore personale e che lo consacreranno non solo come eccezionale campione ma anche come uomo completamente maturo.

IL DOLORE PIÙ’ GRANDE DELLA SUA VITA

Nel 1993 un evento doloroso macchierà per sempre l’aitante personalità di Michael Jordan. Durante il caldo mese di agosto il padre scompare per circa tre settimane.

L’uomo era solito andare a trovare alcuni amici per stare assieme a loro per qualche giorno e aveva l’abitudine di contattare la moglie per rassicurarla che tutto andasse bene.

Per tre lunghissime settimane non si hanno più sue notizie. Purtroppo questa storia non prevede un lieto fine, ma un terribile epilogo: il padre di Michael Jordan è morto in circostanze ancora da chiarire.

Questo tragico evento colpirà veementemente l’equilibrio del campione di basket. Il rapporto del cestista con il padre è stato sempre eccellente, ed era contraddistinto anche da un importante sentimento amicale oltre che meramente genitoriale.

Dopo tre titoli vinti di fila con i Chicago Bulls, impresa mai raggiunta nemmeno da icone del basket come Magic Johnson e Larry Bird, Michael Jordan sente che gli stimoli verso lo sport che ama vengono a mancare.

La notizia aleggia dapprima fra gli spogliatoi e poi diventa  ufficiale: il capitano dei Bulls si ritira. La squadra ora è orfana del suo mentore.

La nuova vita del fuoriclasse Jordan ora è nei campi di Baseball. Sembra una notizia curiosa e a tratti assurda ma è vera: Jordan passerà un periodo della sua vita come giocatore di Baseball, uno sport che ha sempre amato.

La settima puntata racconta anche del periodo in cui Jordan mancò tra le file dei giocatori dei Bulls, con una squadra in pieno riassetto che diede grande importanza alla figura di Scottie Pippen.

L’ala dei Bulls aveva un carattere più calmo e riflessivo di Jordan; questo permise ai suoi compagni di instaurare un rapporto in campo più sobrio rispetto al campione Jordan, che invece era decisamente severo con i giocatori del suo team per cercare di stimolarli e fargli raggiungere vette di eccellenza proprio come le sue. Una missione impossibile, Michael Jordan era solo uno.

I’M BACK

L’ottava puntata inizialmente racconta l’andatura della squadra dei Bulls senza l’icona Jordan. Il campionato del 1993 fu un’ottima stagione per i Bulls, anche se orfani del loro genio del basket.

L’esperienza di Jordan con il baseball fu un ottimo escamotage per staccare la spina dall’atmosfera pressante dei media e dei suoi fan nell’entourage della pallacanestro.

Jordan come giocatore di baseball era un novizio, un rookie come si soleva dire. Un ruolo minore e non da leader che gli permise di svagarsi con una sfida personale e una nuova platea del tutto differente.

Ma i campi di basket attendevano in qualche modo il supremo giocatore dei Bulls, che nel 1995 sceglie di tornare a giocare nelle file dei suoi amati Chicago Bulls.

Praticare uno sport così diverso dal baseball fu una esperienza molto difficile per Jordan, anche perché gli allenamenti a cui si sottopose durante il periodo in cui era lontano dal canestro erano completamente differenti da quelli riservati ai giocatori di basket.

Il suo fisico era attualmente costruito per lanciare una palla di cuoio e per sviluppare potenza nel braccio come lanciatore, e deve essere riprogettato agonisticamente quasi da zero per poter essere adatto nuovamente a stoppare rimbalzi e praticare grandi elevazioni.

La differenza con il Michael Jordan di prima si nota in campo: il suo atteggiamento è meno sicuro, la palla non risulta  più essere attaccata alle sue mani e spesso scivola dalle sue dita.

La morte del padre poi non aiuta di  certo la rinascita del campione, che nelle sue parole  trovava sempre conforto e vocazione, in ogni occasione.

Partecipare, nel 1995, al divertente film di Warner Bros Space Jam, che mostrava in video giocatori di basket mischiati a figure da cartone animato, distrae Jordan, che lentamente sembra ritrovare la grinta per tornare ad essere il numero uno incontrastato.

Un rapido fast forward nel 1996 mostrerà la finale dei Bulls che sarà giocata, scherzo del destino, proprio durante la festa del papà in America. Un evento che metterà duramente alla prova il granitico Jordan.

COMMENTO
Le nuove puntate di The Last Dance continuano a delineare incredibilmente bene non solo il profilo agonistico di Michael Jordan, ma anche alcuni periodi della sua vita così difficili, che hanno permesso di mostrare al pubblico e ai media il lato umano dell’uomo. Con il grandissimo dolore che provò il capitano dei Bulls dopo la perdita del padre, Jordan perse in parte quella indistruttibile magnificenza atletica che gli permetteva di essere praticamente invincibile con la palla arancione in mano. Dopo la scomparsa dell’amato genitore il giocatore diventa un essere umano normale che, come racconta la leggenda di Sansone dopo che gli furono tagliati i capelli, sembra perdere tutti i suoi poteri da supereroe del basket. Ma il vero potere di Jordan è quello della sua volontà e l’eccezionale forza d’animo, che gli permetteranno di rinascere come un nuovo fuoriclasse, meno altezzoso e per questo ancora più apprezzabile come giocatore e uomo.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".