Il comune di Curon, situato in provincia di Bolzano, è un luogo affascinante e particolare. La nascita del paese moderno avvenne negli anni ’50. Durante quel periodo, per poter godere dei vantaggi dell’elettricità idroelettrica, fu creato il lago artificiale chiamato Resia.

Questa immensa distesa d’acqua ricoprì interamente la zona ove precedentemente risiedeva il vecchio paese, raso al suolo per fare posto a nuovi insediamenti.

Il nuovo conglomerato di Curon è stato costruito ex novo in un altro luogo non distante. Il simbolo di Curon però non è rappresentato dal lago di Resia, bensì da un imponente e splendido campanile che è rimasto perfettamente integro e che spunta dall’acqua.

Durante la stagione invernale, il lago lascia il posto a una grande distesa di ghiaccio, e quando la neve si posa dolcemente su di esso è possibile osservare a distanza ravvicinata questo suggestivo campanile sommerso.

Proprio a Curon è ambientata la nuova serie televisiva Netflix, che costruisce la sua sceneggiatura  attorno alla leggenda delle campane fantasma del campanile che, malgrado siano state rimosse negli anni ’50, sembrano ancora riecheggiare nella valle.

IN FUGA DA MILANO

Anna (Valeria Bilello) , assieme ai figli Daria (Margherita Morchio) e Mauro (Federico Russo) è in viaggio in piena notte per raggiungere il paese natale Curon.

La donna scappa da una vita in cui non è riuscita a creare un equilibrio familiare consono, dal momento che il padre dei suoi figli ha sempre rinunciato ad offrire loro amore e affetto ma solo un comportamento isterico e tendente alla violenza.

A Curon Anna ha passato gli anni della sua turbolenta giovinezza, durante la quale ha vissuto amori e relazioni mai sbocciati, tipiche di un periodo in cui il furore dei sentimenti appanna il raziocinio.

Dopo l’incontro con il padre Thomas (Luca Lionello), non passa molto tempo prima che Anna riveda anche Albert (Alessandro Tedeschi), un ex fidanzato rimasto profondamente deluso dalla sua partenza tanti anni prima.

Tornare a Curon non è stato ideale per Anna. Il padre accoglie la figlia con estrema freddezza ed è visibilmente a disagio assieme a lei. Gli abitanti inoltre non vedono di buon occhio la sua famiglia, perché tacciata di essere vittima di una maledizione che potrebbe portare scompiglio in tutto il paese.

MISSING, SCOMPARSA

Dopo essere uscita per fare una passeggiata in montagna, Anna non fa più ritorno. La sua improvvisa scomparsa mette in allarme Daria e Mauro.

Gemelli eterozigoti da sempre legati da un affetto particolare, i due adolescenti si mettono in moto per cercare di capire dove possa essere finita la madre.

Strane visioni a cui ha assistito Mauro pochi giorni prima, fanno comprendere ai ragazzi che Curon sia un paese vittima di qualche oscuro maleficio  che coinvolge i suoi abitanti.

Protagonisti principali della serie adesso sono proprio Daria e Mauro che, assieme ad altri coetanei coinvolti anch’essi in inquietanti vicende, decidono di far luce sugli oscuri segreti di Curon.

UN SOGGETTO POCO SVILUPPATO

Se la serie TV Curon vi attrae per la sua ambientazione misteriosa e folcloristica, sarete felici di sapere che l’atmosfera dello show è resa piuttosto bene.

Con una ottima fotografia e un uso sapiente delle luci di scena, anche durante le ambientazioni notturne, Curon offre un riscontro visivo appagante e affascinante.

Non solo il lago di Resia sa essere l’epicentro di riprese suggestive, soprattutto quando l’obiettivo riprende l’enorme e simbolico campanile: anche i rigogliosi e silenziosi boschi ricoperti di neve risultano perfettamente adatti per mettere in scena una storia di oscuri misteri.

Purtroppo lo stesso non si può dire della sceneggiatura, che si basa su di un soggetto che sembra essere stato sviluppato non sempre nella maniera migliore.

Prediligendo soprattutto scene statiche in cui si vedono i personaggi interagire fra di loro con lunghi dialoghi, Curon rinuncia ad offrire al pubblico un ritmo incalzante, rendendo così la visione spesso noiosa.

Durante questi numerosi siparietti verbosi, si nota purtroppo una recitazione non sempre spontanea e poco adatta a creare quel pathos necessario per una fiction dai connotati mistery e horror.

Proprio pensando al genere horror, risulta inoltre curioso notare come Netflix abbia attribuito alla serie televisiva un rating non adatto ai minori di 14 anni, visto e considerato che particolari scene di violenza  non compaiono durante tutte le sette puntate totali.

Valeria Bilello, dismessi i panni dell’altezzoso e violento personaggio che impersonava in Sense8, sempre di Netflix, in Curon appare il più delle volte quasi dimessa e incapace di dare spessore emotivo ad una donna vittima di una famiglia che ha vissuto numerosi eventi traumatici.

I giovani attori, soprattutto nella seconda parte della serie, ce la mettono tutta a far fiorire un senso di affezione nello spettatore verso di loro, ma sono legati ad un plot che lascia poco spazio alla rappresentazione di eventi drammatici e scioccanti che possano trasmettere un’efficace onda emozionale.

Il risultato è una serie televisiva che non riesce ad approfittare pienamente di una location incredibilmente suggestiva, che avrebbe sicuramente potuto offrire svariati spunti per una sceneggiatura più complessa e coinvolgente.

COMMENTO
E’ un peccato dover ammettere che Curon è una serie televisiva che, a conti fatti, non riesce ad essere trascinante e spaventosa. Un comune con un lago artificiale che ricopre i resti di un paese distrutto durante gli anni ’50, con un campanile che sovrasta l’acqua calma e che diventa un faro di suggestioni durante il freddo periodo invernale, è un’ambientazione incredibilmente adatta per una serie misteriosa e a tratti horror. Ma la sceneggiatura, ahimè, non riesce a dare lustro a questo background unico con idee che possano sviluppare una trama convincente ed emozionante. Le “ombre” di cui parlano gli abitanti di Curon sono trattate in modo superficiale dalla trama, proprio come tutte le credenze pagane che coinvolgono gli abitanti del paese, solamente accennate durante i sette appuntamenti della serie televisiva. Ogni puntata mette in scena tantissimi dialoghi, che imbastiscono scene prettamente statiche che non giovano al coinvolgimento emotivo dello spettatore.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".