Nell’aprile del 2011 un articolo del New York Times raccontava di alcuni soldati americani in Afghanistan vittime di un processo presso la corte marziale.

La vicenda vedeva un soldato di nome Adam Winfield che, testimone di alcune violenze verso il popolo afgano, decise di denunciare tali ingiustizie.

Questo evento ha incuriosito il regista Dan Krauss e lo ha spinto a dirigere prima un documentario, e successivamente un film che potesse raccontare al cinema questa spiacevole storia, in cui Adam veniva peraltro descritto sia come informatore che come sospettato di omicidio.

L’OCCASIONE DELLA SUA VITA

Andrew Briggman (Nat Wolff) è un giovane ragazzo che ama il suo lavoro da sodato. Il militare viene chiamato di stanza a Kabul, e la cosa lo rende estremamente fiero ed entusiasta.

Le prime immagini di The Kill Team mostrano proprio tutta la smisurata eccitazione di Andrew. La sua muscolatura si flette mentre, all’interno della sua camera, allena il suo corpo con alcuni esercizi ginnici.

Tra pochi giorni partirà per servire il suo paese in Afghanistan, e il suo status fisico deve apparire al meglio delle sue possibilità.

I suoi genitori sono orgogliosi di lui, anche se non riescono del tutto a nascondere una certa, naturale, preoccupazione riguardo la missione a cui andrà incontro Andrew.

Il rapporto del ragazzo con il padre è affettuoso: tra di loro parlano liberamente, e viene spontaneo che il giovane soldato gli comunichi tutti i suoi timori, contando sul fatto che il genitore saprà sicuramente dare i giusti consigli.

NON E’ UN GIOCO

A Kabul non si scherza. Sebbene non si tratti di una vera e propria guerra da affrontare, le minacce sono molteplici, e non riguardano solo ipotetici e inaspettati attacchi terroristici.

Il terreno aspro e monocromatico dell’ Afghanistan non nasconde solo ciottoli e sabbia, ma anche terribili mine anti-uomo.

Basta poggiare un piede sopra questa atroce arma per vedere il proprio corpo ridursi in brandelli sanguinolenti. Ogni passo fatto fuori dall’accampamento è una minaccia alla propria vita.

E’ per questo che i soldati devono necessariamente appoggiarsi alle informazioni derivanti dalla popolazione locale, che dovrebbe indicare loro dove sono posizionate queste mine.

Ma gli afgani non sempre hanno voglia di collaborare, anche se sanno molto bene come è possibile evitare questi rischi.

Entra così in gioco il sergente Deeks (Alexander Skarsgård), un uomo che non conosce il significato di umanità, ed ha la profonda convinzione che tutti gli uomini che abitano queste deserte lande siano colpevoli e così meritevoli di severe punizioni.

UN MAESTRO DI MORTE

Deeks è un personaggio freddo e spiazzante, che riesce a salutare in video suo figlio con estrema dolcezza e contemporaneamente uccidere una intera famiglia di residenti.

Il suo mantra è uccidere per servire il suo paese. Tutti questi arabi sono in qualche modo colpevoli.

La sua missione è quella di plagiare i suoi soldati che, scevri di una grande capacità di giudizio a causa della giovane età, si eccitano nel giustiziare un uomo che sembra diverso da loro solo perché di una nazionalità e religione diversa.

Ma non funziona per  Andrew, che cerca di ascoltare la sua flebile ma convincente voce interiore, convinta che tutto questo equivalga a macchiarsi di orribili omicidi.

NON E’ UNO SPETTACOLO

The Kill Team è un film che non ha alcuna voglia di spettacolarizzare questa orribile vicenda di cronaca.

La regia è essenziale e la macchina da presa entra intimamente nella stanza dei soldati, per catturare tutta la suspense e il disagio di un soldato che è costretto a rimanere isolato a causa della sua reticenza nel voler perpetrare il gioco di morte del suo sergente.

Non vi è lo stampo cinematografico di quella Hollywood che abbiamo potuto apprezzare in film come Codice D’Onore, con cui potrebbe condividere parte del plot.

The Kill Team in principio era un documentario, e ha mantenuto un certo stile documentaristico nel proporre immagini e dialoghi più naturali possibili.

Ma questo di certo non priva il film di un certo spessore emotivo, da ricercare nella profonda tensione che vive il ragazzo lontano migliaia di chilometri da casa.

Andrew può comunicare solo tramite un telefono e una chat con la propria famiglia. Le sue telefonate sono fatte di parole appena sussurrate, affinché nessuno senta le gravose dichiarazioni che il soldato sta facendo al padre.

Il ragazzo rischia molto con questo comportamento, ma la sua integrità morale, sebbene per un attimo decada amaramente, non gli permette di fare altrimenti.

COMMENTO
L’orrore della guerra è descritto perfettamente in The Kill team, ma soprattutto l’orrore di una persona convinta di uccidere per il bene della propria nazione. Il comportamento del sergente Deeks è agghiacciante. I freddi colori chiari degli occhi dell’attore non tradiscono alcuna emozione mentre decide di togliere la vita ad un uomo solamente perché sospettato di collaborazionismo con i terroristi. La sua mente è affollata di concetti così barbari da risultare, a tratti, quasi convincenti per una personalità fragile. Una religione personale che porta avanti con il vessillo bagnato di sangue del nazionalismo più atroce, che serve anche per plagiare soldati con pochi anni sulle spalle. Per i giovani soldati tutto questo diventa come un contorto gioco: ai loro occhi non uccidono persone ma avatar che meritano la morte. Le vere vittime, oltre agli afgani innocenti, sono proprio loro. Davanti alla durezza delle legge, le loro gesta appaiono per quello che sono. Gli eroi diventano assassini. E versano così lacrime salate che non avrebbero dovuto mai e poi mai rigare il loro viso.
7.7
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".