Fu un certo Ernest Cline, nel 2010, a pubblicare Ready Player One, un romanzo che parlava di realtà virtuale e di un futuro (prossimo) in piena crisi energetica, che costringeva gran parte della popolazione mondiale a rifugiarsi in Oasis, nome del mondo virtuale creato da un uomo geniale, James Halliday.

La tecnologia era vista come un’opportunità più che un’alienazione dalla realtà.

Il romanzo ebbe successo, forte del passaparola degli appassionati di fantascienza ma non solo, perché in mezzo a tutte quelle pagine vi erano centinaia di riferimenti alle opere musicali, cinematografiche e soprattutto videoludiche del decennio che fece esplodere l’immortale cultura pop: gli anni ’80.

Dal libro al grande schermo, sappiamo bene, è un attimo. E chi meglio del cavaliere degli eighties, regista di E.T. ed eterno Peter Pan poteva dirigere l’adattamento cinematografico?

Nessuno forse poteva essere il più adatto se non Stephen Spielberg. L’amato regista ha scelto con piacere di dirigere il film, ma secondo le regole sue e quelle del medium di destinazione, ben più immediato di un libro.

Ready Player One diventa, al cinema, un film che potremmo definire “liberamente tratto” dal romanzo di appartenenza.

Wade Owen Watts, protagonista del racconto, si cimenta in una disperata ricerca di tre tesori nascosti all’interno di Oasis. Tre chiavi che apriranno le porte alla ricchezza sfrenata ed al controllo di tutto l’universo virtuale.

Questo perché il geniale Hallyday è morto, e non avendo eredi ha deciso di organizzare una strana gara destinata a coloro che sapranno cogliere particolari di non poco conto che potranno svelare indizi utili al ritrovamento delle chiavi.

Vere e proprie prove attendono i “Gunter”, parola che deriva da “Egg Hunter”, letteralmente cacciatori dell’Easter Egg, in gergo tecnologico un segreto celato all’interno di un videogioco.

Nel film tutta questa sfrenata e complessa ricerca non è mostrata: in verità tutte le prove sono decisamente differenti , a tratti semplici e frutto della fantasia degli sceneggiatori.

Ma non tutto quello che è diverso necessariamente è negativo. Molte idee, soprattutto quella che vede coinvolti i giocatori dentro un noto film tratto da un romanzo di Stephen King, dimostrano come la sceneggiatura non abbia voluto rinunciare al citazionismo degli anni ’80 ed al divertimento che ne consegue per coloro i quali hanno vissuto gli anni di Ronald Reagan presidente e dell’amata lira italiana.

E’ innegabile che, per tutti coloro che hanno letto il libro prima di vedere il film, come il sottoscritto, sopraggiunga quasi subito un senso di disorientamento, derivante da una trama rispetto al libro svuotata di alcune scene drammatiche e della giusta profondità emotiva che si ravvisava nello scritto di Cline.

Lo spettacolo di un paio d’ore di Steven Spielberg è un semi remake dai forti connotati favolistici che rinuncia a troppa violenza per dare spazio a scene in cui Wade e gli altri ragazzi al centro della storia possano vivere un’avventura contro i superficiali uomini della multinazionale IOI, che vogliono vincere la gara per espandere il loro business senza regole capeggiati dal viscido Nolan Sorrento.

Quest’ultimo nel libro è un uomo spregevole, mentre nel film sembra quasi un cattivo “alla Gonnies”, che dopotutto non si riesce ad odiare allo sfinimento.

Visto che ho scomodato il film cult del 1985, proprio a loro sembrano ricondurre le gesta di Wade e dei suoi amici, che formano un gruppo di avventura che richiama, per sensazioni, quello dei quattro ragazzi diretti da Richard Donner .

Con la differenza della tecnologia sfrenata, che ora permette di vivere in un altro mondo, non solo per gareggiare e sfidarsi, ma anche per andare a scuola e sbrigare pratiche che altrimenti non si potrebbero fare nella vita reale (ma questo lo scoprirete qualora abbiate voglia di leggere il romanzo).

Ready Player One è il ritorno di Spielberg a quella avventura cinematografica in cui sono i ragazzi a confrontarsi con grandi problemi, ma che riescono ad uscirne vittoriosi con la loro amicizia ed il gioco di squadra.

Una vera favola, proprio come ho scritto alcuni paragrafi fa, che deve riflettere necessariamente un finale in cui tutti, o quasi, sono soddisfatti del risultato finale delle loro fatiche quasi ercoliane.

Il risultato per noi spettatori? Due ore di intrattenimento fatto a regola d’arte, poco di pathos e tanta avventura fatta, nel 2018, di computer grafica, che finalmente trova il suo quid nell’ uso smodato dato che la realtà virtuale solo così poteva essere mostrata in modo significativo.

Ah, quasi dimenticavo, e decine di citazioni che sarà divertente scovare durante lo spettacolo ,magari dopo aver visto il film più di una volta.

COMMENTO
Una storia quasi tutta nuova rispetto al libro, ma per questo non meno divertente anche se priva della profondità del romanzo originale.
7.0
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".