Uno schema classico per un classico dei gialli: uno dei romanzi più amati dall’autrice Agatha Christie.

Anche l’architettura è antica: abbiamo subito un’unità di luogo, il palazzo della famiglia nobile, ovvero la casa deviata del titolo, ma non solo nelle fondamenta materiali quanto più in quelle morali.

Troviamo un esclusivo personaggio estraneo all’ambiente, che coincide gioco forza con colui che indaga, come unico a non avere il movente né l’opportunità.

Un ventaglio di personaggi più che tradizionali al genere completa il quadro.

Il capostipite, temuto ed adorato, che classicamente coincide con la vittima, ovvero il milionario emigrato dalla Grecia che si è fatto da sé, con metodi a volte spregiudicati.

Una seconda moglie giovane ed ex ballerina, con l’amante al seguito, ça va sans dire.

Il figlio primogenito del capostipite, naturalmente inetto agli affari ma artista, con la sua moglie altrettanto artista quanto inconcludente.

Il secondogenito, inetto quanto il primo, ma sottomesso, che, scelto per dirigere gli affari di famiglia, li fa invece naufragare.

L’anziana zia zitella, (una Glenn Close in stato di grazia), e la nipotina, deliziosa bambina bionda e boccoluta, ma molto perspicace ed acuta.

Anche l’unica figura che ci si aspetterebbe positiva, in relazione con il protagonista, e che lo tira dentro il mondo deviato, viene mostrata nelle sue sospettose ombre.

I meriti registici partono proprio dai caratteri, che pur costituendo dei cliché del genere, vengono trattati in modo complesso, e resi personaggi anziché caricature, come sarebbe stato facile accadesse.

Lo schema e lo svolgimento della trama, rovesciamento finale compreso, è dunque classico; e perfettamente messo in scena, al punto da ricordarci La regola del gioco di renoiriana memoria.

Ma, nella sua atemporalità, viene impreziosito e rivitalizzato da scelte stilistiche riuscite.

L’ambientazione alla fine degli anni ’50, con le scene di ballo e sensualità scatenati, fanno da contrappasso alla statica temporalità del Palazzo.

Si rompe l’unità di spazio, dunque, per far risaltare maggiormente l’immutabilità del mondo chiuso, definito all’interno del Palazzo dai rapporti familiari, rispetto al mondo esterno che si evolve, (e scopre il rock and roll).

Medesima funzione per le incursioni in un passato esotico, unico luogo, lontano dello spazio e nei costumi, in cui si teorizza la possibilità di una relazione basata su una sensualità gratuita e non mezzo calcolato.

L’atmosfera ruba al noir, (l’ufficio dell’investigatore privato, buio, disordinato, fumoso ed ombreggiato dalle veneziane), ma creando un nuovo equilibrio tra la luce e l’ombra; i luoghi chiusi sono claustrofobici, e lì avvengono gli omicidi e le diatribe familiari, gli spazi aperti, psichedelicamente verdi fluo, vedono le interazioni positive e le scoperte.

Gli ambienti rappresentano i personaggi in modo spiazzante, e all’interno della Famiglia, e del Palazzo di famiglia, vengono evidenziate le differenze dei componenti, i singoli personaggi ed i loro appartamenti, attraverso luce e stili peculiari, che non si accordano, né provano a farlo, tra loro.

Finale, per una volta, non accelerato, come accade ormai sovente nell’ultima decade, e non solo nel genere giallo.

E diciamolo pure: sorprendentemente coraggioso. Non aggiungiamo altro perché troppo toglieremmo al gusto della visione.

Performance degli attori molto apprezzabili; della Close, si è già detto, ma degna di nota anche l’irriconoscibile Gillian Anderson.

Unica vera delusione: il protagonista, Max Irons, che riesce, fin troppo, ad interpretare il fuori luogo, ma scambia l’inesperienza dell’alto ambiente per inesperienza tout cour, e ci porta ad poco probabile investigatore dal passato da spia, reso come un campagnolo che per la prima volta giunge in città.

Lo stesso Irons, indifferente alle tematiche di seduzione, lascia senza un suo corrispondente la protagonista, Gemma Artenton, latrice, come del resto la collega Christina Hendricks, (la seconda moglie), di una sensualità morbida e suadente.

Una delle due cose che ci accompagna all’uscita del film, insieme alla sorpresa.

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COMMENTO
L’atmosfera ruba al noir, (l’ufficio dell’investigatore privato, buio, disordinato, fumoso ed ombreggiato dalle veneziane), ma creando un nuovo equilibrio tra la luce e l’ombra; i luoghi chiusi sono claustrofobici, e lì avvengono gli omicidi e le diatribe familiari, gli spazi aperti, psichedelicamente verdi fluo, vedono le interazioni positive e le scoperte.
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