Ispirata a un documentario chiamato The Institute del 2013, diretto da Spencer McCall, la serie esclusiva Prime Dispatches from Elsewhere ha come protagonista Peter, un uomo solitario che conduce una vita in cui ogni giorno è uguale a sé stesso.

Soggiogato dalla routine del suo noioso lavoro da informatico, Peter (Jason Segel) un giorno si imbatte in un curioso volantino che invita a partecipare ad una sorta di gioco di ruolo. Tutto quello che devono fare coloro che desiderano prendere parte a questa avventura dalle tinte ludiche e misteriose è presentarsi ad un determinato indirizzo indicato su quel pezzo di carta anonimo.

Dapprima dubbioso se accettare o no questa proposta, dopo averci pensato qualche giorno Peter decide di prendere parte a questa bizzarra esperienza, che travalica il concetto di gioco e prende le pieghe di un vero e proprio esperimento sociale. D’altronde la sua vita è fin troppo deprimente e un cambiamento sarebbe un evento ben accetto che sicuramente gioverebbe al suo umore.

BENVENUTI AL JEJUNE INSTITUTE

La prima scena di Dispatches from Elsewhere  mostra, dopo alcuni secondi di silenzio, un uomo che si rivolge proprio a noi spettatori, descrivendo come l’intento del suo istituto, chiamato Jejune Institute, sia quello di scovare il potenziale che abbiamo dentro noi stessi.

Octavio Coleman, questo il nome del misterioso uomo interpretato da Richard E. Grant, inizia poi a descrivere minuziosamente tutta la vita di Peter.

L’amato Marshall della sit-com How to Meet your Mother non sarà l’unico personaggio chiave della serie, perché l’uomo conoscerà altri partecipanti a questo strano gioco con cui instaurerà una profonda amicizia.

Assieme a lui si uniranno l’introversa Simone (Eve Lindley), il ricco Fredwin (Andrè 3000) e Janice Foster (Sally Field).

Un quartetto che unirà le proprie forze e l’intelletto per cercare di trovare un senso a questa strana avventura che sembra essere, di primo acchito, un esperimento di intrattenimento in cui sono coinvolti alla ricerca di una ragazza scomparsa di nome Clara.

Ma le apparenze ingannano, e spinti soprattutto dallo scetticismo di Fredwin il bizzarro quartetto inizia a investigare su possibili retroscena che renderebbero il Jejune Institute colpevole di voler manipolare la mente dei suoi adepti.

NON TUTTO E’ COME SEMBRA

Spiegare la trama di Dispatches from Elsewhere è praticamente impossibile, non solo perché potrei rivelare odiosi spoiler ma anche per un semplice motivo: la sceneggiatura non segue una linea narrativa univoca, ma si diverte a riempire lo script di innumerevoli spunti che, quasi istantaneamente, rendono la storia completamente diversa.

La serie televisiva antologica creata da Jason Segel ha come chiaro fine quello di disorientare lo spettatore, che durante le dieci puntate dello show Prime si ritrova spesso a chiedersi come saranno gestiti gli eventi che, solo un attimo prima, sembrava volessero approfondire uno spunto che ora, magicamente, non ha più importanza.

Le parole di Octavio Coleman che introducono la serie mettono al centro del racconto quattro vite differenti, ognuna delle quali è afflitta da profondi dubbi esistenziali e traumi che rendono le loro esistenze prive di serenità.

Peter, Simone, Fredwin e Janice sono le uniche certezze a cui lo spettatore può aggrapparsi per cercare di capire qualcosa dell’intricata trama di Dispatches from Elsewhere.

Le loro personalità e le debolezze sono descritte in maniera eccellente durante lo scorrere della storia, e fanno accrescere così una grande affezione nei loro confronti, soprattutto se pensiamo al complesso profilo intellettuale ed emotivo di Janice, una donna forte che si aggrappa alla flebile speranza che l’amato marito possa uscire dal coma in cui versa da tempo.

CERCASI CLARA DISPERATAMENTE

Anche Clara, la ragazza misteriosamente scomparsa dall’istituto Jejune, trova uno spazio molto importante all’interno della sceneggiatura.

Questa geniale adolescente, dotata di un estro artistico così eclettico da saper trasformare un oggetto comune in una opera d’arte, ha fatto perdere le sue tracce da parecchi giorni.

Con l’aiuto di Fredwin, Peter e gli altri partono alla ricerca di questa figura così importante per il misterioso istituto; Clara è una ribelle e non avrebbe mai permesso che l’arte potesse sporcarsi con le mire industriali di magnati che vogliono arricchirsi, proprio come sembra voglia fare Octavio.

Dispatches from Elsewhere, durante alcune puntate, dedica grande spazio al racconto di come Clara,  quella che sembrava una ragazzina come tante altre, si rivelò essere invece una mente artistica geniale.

Con l’ausilio di tecniche di animazione dalla grafica notevole, la particolare storia della ragazza diventa una irresistibile fiaba dalle tinte artistiche, che sa rapire l’attenzione e rendere la storia squisitamente fantasiosa.

COME DAVID LINCH

Da come avrete capito, Dispatches from Elsewhere è un prodotto affascinante e particolare ma non è adatto per un pubblico generalista.

La trama surreale e la voglia di disorientare a tutti i costi lo spettatore rendono la visione difficile da digerire per coloro che amano uno script chiaro e con una progressione degli eventi tradizionale.

Dispatches from Elsewhere vuole giocare con chi guarda il televisore, rendendolo partecipe di una storia che in modo provocatorio  mette in scena diverse tematiche utili alla costruzione di un universo narrativo complesso ma anche confusionario.

Tutto questo fa pensare alla bizzarrie di David Linch e alla sua voglia di rendere tutto così incredibilmente surreale per costruire una realtà alternativa priva di regole comuni.

COMMENTO
Non è facile giudicare una serie come Dispatches from Elsewhere, perché il suo costrutto narrativo è così frastagliato e poco comune da essere quasi inqualificabile. La serie vuole disorientare volutamente lo spettatore, che fino a metà delle dieci puntate in effetti potrebbe risultare ammaliato dall’atmosfera onirica e a tratti fiabesca dello show. Quando però ci si avvicina al finale della serie, il menù mediatico appare eccessivamente ricco di stravolgimenti narrativi, che risultano spesso indigesti e noiosi. Se volete approcciarvi a questa serie, sicuramente affascinante e girata in modo encomiabile, il mio consiglio è di non aspettarsi una trama ben definita dalla sceneggiatura. Calatevi nel mood profondamente surreale di Dispatches from Elsewhere senza pretendere qualsiasi opportuna logicità nella trama e siate liberi di innamorarvi dei personaggi coinvolti nella storia, tratteggiati in modo impeccabile, soprattutto pensando alla bravissima Sally Field. In questo modo la serie Prime saprà probabilmente regalare moltissime soddisfazioni.
6.9
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".