Diretto da David Fincher, Mank racconta la difficile stesura della sceneggiatura del famoso film Citizen Kane (Quarto Potere in Italia), ad opera dello sceneggiatore e drammaturgo Herman J. Mankiewicz, detto Mank.

Insignito di un unico Oscar proprio per il suo script originale, che sottolineava come il potere della stampa era capace di creare una vera e propria storia basandosi su presunte convinzioni prive di fondamento, Quarto Potere fu una pellicola che faceva riflettere e stimolava innumerevoli dibattiti sulla vita e sui massimi sistemi.

Quando il regista di Quarto Potere Orson Wells decise di commissionare la scrittura del soggetto del suo nuovo film a Mank, sapeva di affidarsi alla penna di un fine scrittore e di un uomo pregno di personalità e cultura, ma anche pieno di scheletri nell’armadio.

Mank, difatti, nutriva un amore smodato anche per l’alcool, un vizio che doveva essere quanto più lontano da lui durante il suo lavoro.

L’uomo peraltro fu costretto, a causa di un incidente automobilistico, a scrivere a letto con una gamba ingessata, approfittando delle cure di un’affettuosa donna che doveva soddisfare tutti i suoi bisogni e nel contempo assumere il difficile ruolo di vera e propria sostenitrice del suo operato letterario.

Il film Netflix descrive proprio i sessanta giorni in cui Mank diede vita alla più famosa sceneggiatura del mondo del cinema, descrivendo nel contempo la vita e il lavoro di questo drammaturgo, assunto tra i ranghi degli scrittori cinematografici presso la Metro-Goldwyn-Mayer, famosa etichetta che produceva grandi pellicole nonché simbolo di Hollywood e delle sue assurde e tiranniche regole.

COME UN FILM DEGLI ANNI ‘40

Appena avviato Mank, subito balza all’occhio la geniale idea di David Fincher di sacrificare il colore per la sua nuova pellicola di Netflix.

Tutto il film sfoggia un autentico bianco e nero, proprio come era abitudine per tutti i prodotti cinematografici che uscivano negli anni del primo dopoguerra.

Questa fedele trasposizione cromatica dell’epoca permette subito di immergersi nell’atmosfera di quegli anni, precisamente nel 1934, in cui in America imperversavano ancora le profonde cicatrici della Grande Depressione e molti cittadini facevano ancora fatica a sbarcare il lunario.

Non è solo la mancanza del colore a definire subito la cura riposta nel girare il film di David Fincher, perché gli stessi caratteri e le primitive animazioni dei titoli del film sono mostrati su schermo proprio come apparivano durante quel periodo. Dulcis in fundo, anche la pellicola, di tanto in tanto, presenta quelle piccole bruciature rotonde che spesso si intravedevano durante il girato.

Una cura maniacale che investe non solo la parte grafica del film, ma anche quella sonora: i dialoghi e le musiche presentano proprio quel piccolo effetto di rimbombo dei suoni, anch’esso tipico della masterizzazione dell’audio ottenuto attraverso la modesta tecnologia dell’epoca.

Un lavoro certosino, che rende Mank un prodotto cinematografico pregevole che intende ammaliare l’appassionato di cinema.

HERMAN J. MANKIEWICZ, UNA PERSONALITA’ COMPLESSA E DISADATTATA

Al di là degli accorgimenti prettamente stilistici della pellicola, che può vantare anche una perfetta scenografia, il valore principale di Mank è proprio il soggetto del film, un uomo che non è mai riuscito a coniugare la visione della sua vita con quella di impettiti e odiosi patron delle case cinematografiche, impauriti dalla minaccia del comunismo e fortemente restii a creare una società delle pari opportunità.

Attraverso il racconto della creazione della sceneggiatura di Quarto Potere, Mank riesce a offrire un vivido e interessantissimo spaccato storico degli anni trenta e quaranta di Hollywood e della società americana del passato.

Il lavoro di Mank lo costringeva spesso a frequentare i ricchi salotti dell’alta borghesia americana, dove pullulavano ricchi produttori e attricette più o meno arrivate.

Dalle opinioni fortemente contrarie rispetto a molti di loro, Mankiewicz con la sua pungente sagacia osava spesso sfidare i loro stantii preconcetti sociali e politici con arzigogolati discorsi che incitavano al socialismo, una ideologia politica votata al benessere pluralizzato ben distante da quella del comunismo, dove  invece prevaleva l’idea di una povertà di fondo per tutta la comunità.

Appare così come Mankiewicz sia stato un uomo dall’intelligenza fin troppo fine e dall’intelletto troppo moderno per l’epoca, che lo costringeva a duellare quotidianamente con un profondo disagio interiore che probabilmente annegava nell’alcool, utilissimo per spegnere i suoi articolati pensieri e il suo carattere votato all’idealismo.

UN CAST VINCENTE

Mank risulta essere un film eccellente anche per il cast che presenta. A partire da Herman J. Mankiewicz, interpretato da Gary Oldman, abilissimo nel simulare una mimica facciale che riesce perfettamente a mostrare il lato sornione dell’uomo protagonista del film.

Mank era un uomo dalla battuta pronta e spiazzante, ma anche da una celata malinconia che si riflette in modo impeccabile nello sguardo di Oldman.

Anche Amanda Seyfried da il meglio di sé nella parte dell’attrice Marion Davies, donna divisa tra le bizzarrie di Hollywood e la  dolorosa convinzione che la sua vita e il matrimonio con il magnate William Randolph Hearst (nei panni di Charles Dance) non sia sempre motivo di felicità.

La moglie di Mankiewicz, Sara, ha il ritratto di Tuppence Middleton. L’attrice inglese, che molti ricorderanno per aver recitato nella serie Netflix Sense8, dismette i panni della ragazza dai super poteri e ci regala un’ottima interpretazione della donna che riuscì a capire e domare la personalità frivola e complicata di suo marito Mank.

Chiudono le menzioni d’onore Charles Dance, che non fatica con la sua espressione rigida e a tratti imperturbabile  a rappresentare il miliardario Hearst, e Arliss Howard, che interpreta il cinico repubblicano di ferro Louis B. Mayer, a capo della famosa etichetta di distribuzione cinematografica che tutti conoscono.

COMMENTO
Un inno d’amore verso il cinema tutto e soprattutto nei riguardi di un film storico, che può vantare una sceneggiatura da oscar scritta da un uomo geniale e (purtroppo) troppo avanti con i tempi. Questo è Mank, uno dei migliori film Netflix attualmente da vedere che riesce in poco più di un paio d’ore a ritrarre l’incredibile personalità di Herman J. Mankiewicz e a tratteggiare tutte le ombre della Hollywood degli anni trenta, restia ad accettare una nuova America post depressione e una economia che possa prevedere la creazione di ammortizzatori sociali per i più bisognosi. Una impresa non da poco, che David Fincher riesce con successo a portare a termine fin dai primi fotogrammi, che mostrano come tutta la ricostruzione storica di Mank non verta solo sulla fedeltà scenografica oppure dei costumi, ma anche su di una maniacale fedeltà visiva propria di quegli anni, in cui ancora non esisteva il colore ma solo il bianco e nero. Non servono di certo i colori, oppure una resa visiva in altissima definizione per rendere Mank un film importante, perché il cinema di Mank va oltre i sofismi tecnologici e offre la vera sostanza della settima arte, ovvero la capacità di far viaggiare nel tempo e nella storia lo spettatore.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".