Nel 1968 In America ogni ragazzo maggiorenne  poteva ricevere via posta una lettera molto particolare, che lo invitava a combattere per il proprio paese in una guerra  lontano da casa, più precisamente in Vietnam.

Ogni giovane, di qualsiasi razza e ceto sociale, anche se privo di qualsiasi esperienza militare, aveva l’obbligo di indossare una mimetica e imbracciare un fucile per servire il suo paese.

Nessuno, alla fine di quella lettera così anonima ma profondamente minacciosa, scriveva che chi veniva chiamato alle armi aveva un’alta probabilità di morire oppure, destino ancora più avverso, di essere catturato dai vietnamiti per patire dolorose torture.

D’altronde la guerra, non prevede che essa debba essere compresa oppure accettata: ci si arruola secondo la percezione, spesso fallace, di servire la propria patria in nome di valori più importanti di una vita umana.

Ma durante i tumultuosi anni ’60 non tutti accettavano passivamente di perdere la propria vita in una guerra non americana e levarono le loro voci affinché l’eco della loro rivolta potesse risvegliare più coscienze possibili.

IN NOME DEL PREGIUDIZIO

Nel 1968 una importante convention del partito democratico a Chicago fu teatro di violenti scontri tra la polizia e alcuni manifestanti, accorsi durante l’evento per protestare contro la politica americana dell’allora presidente Lyndon Johnson e  soprattutto per la gestione della guerra del Vietnam.

In seguito il gran giurì federale prese di mira per l’accusa otto leader specifici, accusati di cospirazione e incitamento alla rivolta. Grazie alla decisione del procuratore generale Ramsey Clark  il processo fu rinviato, perché fu appurato che la polizia di Chicago diede inizio ai violenti scontri e non i manifestanti.

L’anno dopo, nel 1969, quando al presidente Johnson seguì Richard Nixon, il processo iniziò ufficialmente: la severa accusa di cospirazione gravava sugli accusati, che divennero protagonisti di una delle udienze più famose della recente storia americana.

Il processo ai Chicago 7, diretto da Aaron Sorkin, vuole raccontare la gestione di questo atipico dibattito, che sembrava fosse contraddistinto da un enorme senso di pregiudizio verso quei giovani rivoluzionari che, chiaramente contrari alla guerra del Vietnam, potessero rappresentare una vivida minaccia comunista.

I MAGNIFICI SETTE

Rennie Davis (Alex Sharp), David Dellinger (John Carroll Lynch), John Froines (Daniel Flaherty),Tom Hayden (Eddie Redmayne), Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen), Jerry Rubin (Seth Rogen) e Lee Weiner (Noah Robbins): sono loro i sette processati che comparvero davanti ad un giudice come potenziali sovvertitori.

In verità vi fu un altro uomo sotto processo, Bobby Seale (Yahya Abdul-Mateen II). Capo del gruppo dei rivoluzionari afro-americani Black Panthers, Bobby fu accusato inizialmente di omicidio e di oltraggio alla corte e poi processato separatamente.

Il gruppo dei sette attivisti è composto da persone ognuna diversa dalle altre. Sebbene la loro opinione riguardo la guerra del Vietnam sia unanime, è stimolante vedere come ognuno di loro abbia comunque un look e uno stile di vita differente.

Basti dare uno sguardo a Tom Hayden e Abbie Hoffman: il primo è un ragazzo dal look distinto, che si veste con giacca e cravatta, outfit ricercato ed elegante assimilabile a quello dei  “colletti bianchi”.

Abbie Hoffman invece fa parte degli yippie, il partito politico anarchico e pacifista nato in America nel 1967, che è avverso a ogni tipo di violenza e si contraddistingue per una mentalità libertina e dedita all’uso di droghe.

Tom e Abbie sono due anime affini ma divise da una mentalità agli antipodi. Compare in giudizio anche un padre di famiglia, David Dellinger, profondamente convinto che la violenza sia solo uno strumento di morte che non dovrebbe far parte della nostra vita. Reagire alla violenza con la stessa violenza è un errore madornale secondo l’uomo.

E’ doveroso citare anche l’unico nero del gruppo, Bobby, che deve patire oltre alla gogna del preconcetto verso tutti coloro che non accettano le politiche americane anche il virus del razzismo, che lo equipara automaticamente ad un fuorilegge.

UN MERAVIGLIOSO MODO DI NARRARE I FATTI

Il processo ai Chicago 7 si apre con un veloce e chiaro carosello di scene che descrivono con dovizia il periodo storico in cui si sono verificati gli eventi, sottolineando sopratutto il dramma della guerra del Vietnam.

Il montaggio veloce e preciso riesce a far calare perfettamente lo spettatore nell’ambientazione del film, attirando l’attenzione secondo uno schema registico brillante.

Il processo ai Chicago 7 è un film che vuole raccontare la famosa udienza degli anni sessanta, mostrando molte scene proprio dentro l’aula giudiziaria, dove la difesa degli avvocati cercò strenuamente di cambiare il destino penale dei loro clienti.

Il film dunque può essere catalogato come un legal movie, genere cinematografico che spesso, anche pensando ai migliori rappresentanti del genere, ha un modo di narrare gli eventi con un ritmo lento.

Ma Il processo ai Chicago 7, grazie alle sue soluzioni narrative così efficaci e brillanti, riesce a soverchiare questa tendenza, offrendo un racconto cinematografico non solo appassionante ma anche privo di un solo momento di noia.  Un risultato notevole, visto che lo spettacolo dura due ore e un quarto.

Le prime scene del film, così appaganti perché sceneggiate in modo esemplare, non sono solo un richiamo all’attenzione dello spettatore per fargli continuare la visione, ma rappresentano la modalità effettiva con cui è stato montato il film.

La regia si serve di differenti soluzioni stilistiche per far conoscere tutti i dettagli relativi alle bagarre legali dei protagonisti, spesso solo servendosi di un flashback di pochi attimi oppure di situazioni originali che esulano dal mero racconto perpetrato dagli attori verbalmente.

Per fare un esempio, Abbie Hoffman amava esibirsi ai tempi anche in una sorta di cabaret, dove ironizzava e faceva pungente satira politica.

Proprio approfittando di questi momenti, tramite le parole di Abbie sul palco la sceneggiatura sceglie di dare informazioni allo spettatore riguardo ciò che successe durante quella manifestazione, inserendo anche alcuni video veritieri dell’epoca.

Il processo ai Chicago 7  offre così un collage cinematografico narrativo che non presenta alcuna sbavatura, unita a momenti di ironia e di commozione per costruire l’enorme personalità di quegli uomini e ragazzi che furono coinvolti in un processo che appariva sempre più politico.

COMMENTO
Ammetto che, prima di vedere Il processo ai Chicago 7, non ero a conoscenza dei dettagli riguardo questa importante pagina della storia recente americana, una piccola lacuna personale che ho riempito in maniera efficace grazie alla visione di questo validissimo film. La regia brillante di Aaron Sorkin, unita ad una sceneggiatura che sa raccontare in modo esaustivo le molteplici personalità degli accusati e i delicati anni sessanta, rendono questo film Netflix come uno dei migliori disponibili attualmente all’interno del suo palinsesto. In poco più di due ore di visione, Il processo ai Chicago 7 riesce a ricreare un affresco storico contraddistinto da diverse filosofie rivoluzionarie americane, ognuna interessante e degna di attenzione. Inoltre, con l’ausilio di grandi attori che sanno mostrare egregiamente tutto il temperamento e l’atteggiamento di persone ribelli e critiche verso il sistema, Il processo ai Chicago 7 sa anche toccare le corde dell’emotività in alcuni momenti. Insomma, il film di Aaron Sorkin è assolutamente consigliato, perché capace di offrire uno spettacolo cinematografico mai noioso e riportare alla memoria un periodo storico troppo importante per essere vittima di dimenticanze.
8.6
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".