L’attaccamento alla propria terra ed alla dimensione rurale che ne consegue  è un fatto oggettivo e complesso. Le distese di piantagioni, gli alberi e le loro fronde divengono parte della vita e del proprio focolaio domestico per tutti coloro che vivono e spendono energie per coltivare qualcosa.

In “Un mondo fragile”, il regista César Augusto Acevedo, con l’ausilio di una drammatica storia che investe una famiglia colombiana, racconta di come sia, a volte, impossibile pensare ad una vita lontana dalla dimensione rurale.

Alfonso, dopo diversi anni, torna in quella che era la proprio casa a Colombia per assistere il figlio Gerardo. Quest’ultimo è malato gravemente ai polmoni. Una malattia che deriva dai ritmi di lavoro sovrumani che ha patito dentro le piantagioni di canna da zucchero.

Le terre che circondano la loro modesta abitazione ora sono tutte uguali. Ogni giorno manipoli di uomini e donne, armati di machete, tagliano le canne da zucchero, dopo che le sue foglie sono state brutalmente eliminate con vasti incendi.

L’assenza delle foglie, ingombranti e taglienti come rasoi, facilitano il lavoro nelle piantagioni. Ma non sono costoro che minacciano la salute fisica dei lavoratori e degli abitanti della zona, bensì l’aria irrespirabile a causa degli incendi giornalieri.

Il piccolo terreno della famiglia di Gerardo è l’unico che è rimasto ancorato alla sua terra: la madre dell’uomo è tenacemente intenzionata a morire nella sua casa, e non si separerebbe mai da quei luoghi in cui ha vissuto.

Le finestre della casa sono sempre chiuse, perché l’aria contaminata da polveri e cenere non può entrare nella stanza di Gerardo. Il focolare domestico diventa così una prigione cupa e buia da cui dover fuggire per ricominciare una vita degna.

Il film esplora il dramma del cambiamento del paesaggio colombiano tramite la vita di questa famiglia, fatta di pochi momenti felici e di tanto, tantissimo, lavoro. Se prima era Gerardo a spaccarsi la schiena nei campi, ora è la moglie con l’anziana suocera a passare l’intera giornata nei campi.

Il loro figlio piccolo prova a dilettarsi, in quei rari momenti di serenità, con il nonno  Alfonso. Il rapporto fra lui ed il nipotino è l’unica nota di colore, sbiadito, all’interno di una sceneggiatura che sceglie i linguaggio cinematografico del dramma per veicolare il dolore dei residenti colombiani.

Il cielo, una volta azzurro e pulito, ora è macchiato dagli incendi, e soprattutto dall’incessante cenere che la telecamera ritrae costantemente durante la placida vita della famiglia di Gerardo.

Scorie di cenere entrano continuamente nei polmoni degli abitanti, minacciando il regolare funzionamento dei polmoni. Se la neve è bianca e veicola purezza, questa è nera ed ha il ritratto della distruzione.

Respirare è difficile,  vivere lo è ancora di più: Gerardo non riesce nemmeno a farsi ricoverare in ospedale perché i posti sono insufficienti, ed il dottore non può fare altro che offrirgli alcune, inutili, medicine che fungono da palliativo.

Anche ottenere il salario per il lavoro della terra è una lotta: i padroni che mettono in campo i lavoratori non sempre hanno i soldi per pagare i loro dipendenti, e questi ultimi minacciano spesso scioperi  organizzati sul momento per evocare i loro diritti di lavoratori.

“Un mondo fragile” è un film che descrive pienamente la tragedia della Colombia, con il suo paesaggio trasformato in una industria zuccheriera, in nome del profitto e provocando così l’azzeramento della ricchezza paesaggistica.

Alfonso, in una scena del film, rievoca con poche e significanti  parole il recente passato della loro vita, quando gli alberi di arancio coloravano e guarnivano il paesaggio con vivaci colori.

Unico vessillo dei tempi che furono è l’enorme albero che campeggia davanti alla loro abitazione, accanto al quale i famigliari si siedono con l’ausilio di una piccola panca di legno.

La telecamera spesso ruba gli attimi, fatti di  poche chiacchiere in quella piccola zona verde, spostandosi lentamente, quasi in punta di piedi  per non disturbare  i rari momenti di felicità.

Ma anch’essi sono ingannevoli, perché Gerardo non può osservare liberamente il suo amato albero rigoglioso e dai rami nodosi, dal momento che deve indossare tutto il tempo uno spettrale lenzuolo bianco, unica difesa contro l’aria polverosa ed irrespirabile del luogo violentato dall’industria zuccheriera.

Dove vedere Un mondo fragile
COMMENTO
Un film che esplora il dramma del cambiamento del paesaggio colombiano tramite la vita di questa famiglia, fatta di pochi momenti felici e di tanto, tantissimo, lavoro.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".