Nel 2002 un team di giornalisti che lavoravano presso il giornale Boston Globe si occupò di una delle più delicate e scioccanti inchieste mai avvenute.

Il caso Spotlight racconta la genesi e le difficili peripezie investigative che alcuni redattori del Globe dovettero affrontare per smascherare uno degli scandali più gravosi mai accaduti da quando la chiesa cattolica esiste.

La verità, oramai diventata cronaca di qualche anno fa, riguardava la torbida vicenda che vedeva alcune decine di preti, residenti a Boston, abusare sessualmente di inermi bambini.

Un fatto assurdo, quasi inaccettabile di primo acchito, che faceva tremare uno dei pilastri che costituivano il rapporto tra i preti ed i suoi fedeli: la fiducia incondizionata.

Il film sceglie di basare la sceneggiatura unicamente sul grandissimo lavoro investigativo e redazionale del team di giornalisti,  che riuscì nella grande impresa di rendere pubblico uno scandalo da sempre insabbiato dai vertici del cattolicesimo.

La telecamera spesso si affanna nel rincorrere gli attori in redazione che rispondono al telefono per acquisire nuove informazioni, nonché all’esterno quando organizzano innumerevoli appuntamenti con le povere vittime di abusi, spesso accompagnate dai loro avvocati che, senza successo, cercano di ottenere una rivalsa.

Il loro lavoro è certosino, mosso da una comprensibile voglia di ottenere giustizia verso quelle vittime che hanno avuto una infanzia distrutta dalla figura di un uomo di chiesa che in verità avrebbe dovuto proteggerle dai mali del mondo.

Il film sceglie di mostrare un atteggiamento volutamente contraddittorio verso la struttura della chiesa, con i giornalisti protagonisti che in modo esplicito raccontano come le loro esperienze cattoliche oramai siano parte del passato remoto della loro vita.

Questa presa di posizione, sebbene sia giustificabile soprattutto pensando alle atroci verità che i giornalisti abbiano dovuto conoscere, rende purtroppo la sceneggiatura a tratti polemica in modo superficiale, puntando il dito su decine di preti colpevoli come se questi fossero la totalità degli uomini al servizio di Dio.

Il film poteva essere un’occasione in più anche per approfondire quelli che furono i motivi che spinsero gli uomini di chiesa a comportarsi in questo modo.

Il team Spotlight (nome che identificava il loro gruppo redazionale dedito ad inchieste giornalistiche) contattò anche uno psicoterapeuta che da anni studiava questa piaga cattolica, e quest’ultimo nel film purtroppo accenna solo quale poteva essere la molla psicologica che muoveva questi uomini a compiere certe nefandezze.

Quello che il film soprattutto mostra, in modo entusiasmante e con grande piglio narrativo, è lo straordinario  iter investigativo che ha permesso di minare le basi, che sembravano invulnerabili, della potenza cattolica.

In questo caso il valore del giornalismo e del diritto di cronaca, piccolo Davide nella lotta contro Golia rappresentato dall’immenso potere ecclesiastico, ha saputo scardinare le porte dell’omertà di prelati che invece di far cessare gli abomini sessuali dei preti, non facevano altro che spostarli in altre sedi.

Il male, invece che essere soffocato, veniva solamente spostato perché potesse essere dimenticato in qualche modo. Ma in verità veniva solo perpetrato.

Grande interpretazione di tutti gli attori, a partire da Michael Keaton sempre professionale nell’affrontare le incredibili responsabilità di questa inchiesta, fino a Rachel McAdams, che con il suo aspetto “acqua e sapone” non vuole di certo conquistare il pubblico per i suoi effimeri attributi estetici.

E poi c’è Stanley Tucci, avvocato schiacciato dalla potenza della chiesa che, dietro un carattere scontroso, in realtà soffre per quello che i suoi clienti hanno patito.

Menzione anche per Mark Ruffalo, molto bravo ad assumere le movenze e le idiosincrasie di un reporter iperattivo che farebbe di tutto per portare a termine il suo lavoro.

Dove vedere Il caso Spotlight
COMMENTO
Il caso Spotlight mostra, in modo entusiasmante e con grande piglio narrativo, lo straordinario  iter investigativo che ha permesso di minare le basi, che sembravano invulnerabili, della potenza cattolica.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".