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La recensione di Weapons, film diretto da Zach Cregger, già dietro la macchina da presa nell’originale horror Barbarian. Nei cinema dal 6 agosto 2025.
La cittadina immaginaria di Maybrook è uno di quei posti dove la vita scorre tranquilla. I residenti si conoscono un po’ tutti e, proprio per questo, fanno parte di una comunità attiva e pronta a far fronte a qualsiasi problematica che possa investirli, tranne una: quella che vede 17 bambini scomparire tutti insieme durante la notte alle 2:17.
Quasi venti bambini che frequentano la scuola elementare decidono, di loro spontanea volontà, di uscire dalle loro case nel cuore della notte e far perdere le loro tracce.
L’indomani la loro classe si ritroverà vuota, tranne per la presenza di Alex (Cary Christopher), unico bambino sopravvissuto a questa assurda fuga di massa.
Justine Gandy, l’insegnante della classe (interpretata da Julia Garner), è stupefatta nel vedere l’aula dove insegna piena di banchi vuoti.
Un senso di colpa ingiustificato
La narrazione di Weapons è strutturata attraverso diversi capitoli, ognuno dei quali prende il titolo dal nome del personaggio protagonista della storia.
Il primo capitolo è dedicato alla figura della maestra Justine, e mostra la vita di una giovane donna single che si ritrova da un momento all’altro in una situazione da incubo.
Ogni genitore degli alunni scomparsi nutre la certezza che Justine sia in qualche modo responsabile della scomparsa di questi bambini.
Sebbene le indagini scagionino l’insegnante, il dolore e l’ansia che pervadono gli animi di questi poveri genitori, ritrovatisi improvvisamente senza figli, non permettono di razionalizzare la vicenda e continuano a suggerire che Justine sia in qualche modo colpevole.
La sceneggiatura mostra con dovizia e senza essere avara di particolari la nuova vita di Justine, una donna che amava il suo lavoro e che era particolarmente affettuosa con i suoi giovani alunni. Un atteggiamento che, in questa situazione, purtroppo non le giova e alimenta gli oscuri pregiudizi che la coinvolgono.
Il primo capitolo di Weapons, attraverso una narrazione volutamente compassata, costruisce un’atmosfera piena di mistero, condita dalla sofferenza di questa donna che instilla una certa ansia nello spettatore.

Archer Graff, l’uomo che attraverso il dolore trova la forza per agire
Con il secondo capitolo di Weapons, dedicato al personaggio di Archer Graff (Josh Brolin), padre di uno dei bambini devastato dal dolore, la trama entra nel vivo e mostra un uomo volitivo che non vuole soccombere di fronte alla sua enorme sofferenza.
Archer non è soddisfatto delle ricerche della polizia e decide di indagare per conto proprio su questa misteriosa faccenda, grazie al filmato della sua telecamera che mostra suo figlio scappare da casa.
Attraverso le vicissitudini del personaggio interpretato da Brolin comprendiamo come la struttura narrativa di Weapons voglia offrire una storia intrecciata: in questo caso Archer stabilirà un rapporto di collaborazione con Justine, anch’essa impegnata a cercare di scoprire la verità dietro a queste sparizioni.
Con l’entrata in scena di Archer la pellicola si arricchirà anche di sangue finto e di effetti speciali di natura gore, due elementi horror che prima d’ora non avevano fatto parte della storia di Weapons.

Una narrazione esaustiva
Con una durata complessiva di poco più di due ore, il racconto di Weapons si prende tutto il tempo per descrivere il mistero della scomparsa di questi 17 bambini attraverso la partecipazione attiva di svariati personaggi all’interno di questa lugubre storia.
Quello che ne risulta è una sceneggiatura di ampio respiro, che non vuole spaventare con abusati jump-scare ma desidera costruire un’atmosfera colma di mistero, che rende il film di Zach Cregger, durante la prima ora, più un thriller drammatico che un’opera dell’orrore.
La sceneggiatura è strutturata come una “ragnatela narrativa”, tessuta in modo corale dai diversi personaggi, ognuno di loro deputato a svelare un tassello della trama utile a risolvere il mistero.

L’impressionante banalità del male
Quello che cattura e affascina in Weapons è constatare come la sceneggiatura sia riuscita a mostrare come il male spesso si annidi in luoghi inimmaginabili, proprio come ci ha insegnato tante volte il genio dell’horror Stephen King.
È disorientante e sconvolgente scoprire cosa è successo a questi bambini; il finale, che in qualche modo ha una funzione catartica, riesce a esplicare con una brillante regia e l’uso di effetti speciali ben congegnati come il male spesso sia fin troppo sicuro di sé e debba sottostare all’inaspettata potenza dell’intelligenza.
L’epilogo, inoltre, ammanta di una certa ironia tutta l’atmosfera da brividi che si era creata, disorientando tutti coloro che vorrebbero vedere un horror colmo di drammaticità, ma non per questo meno ricco di forti emozioni.
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