In uscita il 10 gennaio 2024 su Disney+ con cinque episodi in totale, Echo racconta le gesta dell’eroina Maya Lopez (Alaqua Cox), nativa americana colpita in tenera età da un terribile lutto.

Il personaggio di Echo da subito si è fatto notare in casa Marvel, perché è un supereroe sordo, portatore di handicap proprio come il non vedente Daredevil.

Ho citato il celebre diavolo rosso non a caso, perché la sceneggiatura del fumetto di Echo (e della relativa serie televisiva) è ambientata proprio nella stessa linea temporale di quella di Daredevil, con cui Maya inoltre avrà anche alcuni contatti.

Se parliamo del coraggioso eroe cieco Charlie Cox, a questo punto non possiamo non prendere in considerazione anche il villain per eccellenza che da sempre trama contro di lui: Wilson Grant Fisk, conosciuto come Kingpin.

Il robusto e massiccio uomo (interpretato da Vincent D’Onofrio) rivestirà un ruolo piuttosto importante anche nella vita di Maya e in quella di suo padre.

Di seguito riporto le impressioni sui primi tre episodi della serie, concessi in anteprima dall’ufficio stampa Disney.

UN PASSATO CHE RIECHEGGIA

Fin dalle primissime scene di Echo possiamo facilmente notare come la sceneggiatura voglia mostrare momenti narrativi che possano descrivere gli antenati di Maya, nel dettaglio dei nativi americani facenti parte di una tribù in cui alcuni di loro possedevano particolari poteri.

La leggenda vuole che, prima che cambiassero le loro fattezze in quelle di esseri umani, gli antichissimi parenti di Maya avessero sembianze particolari e potessero sfoggiare capacità sovraumane.

Il coinvolgente e misterioso incipit sicuramente desta curiosità e invita a continuare nella visione dello show Marvel, soprattutto quando veniamo coinvolti nelle tragiche vicissitudini che colpiscono la piccola Maya, sorridente bambina che usa il linguaggio dei gesti per comunicare con la sua adorata Bonnie (Devery Jacobs).

Quella che sembrava per Maya una vita serena e contraddistinta da una famiglia amorevole, si trasforma in un battibaleno in un’apoteosi di rinunce e di sofferenze; esperienze queste che le lasceranno profonde cicatrici emotive, che la trasformeranno in una donna combattiva e rabbiosa vittima di scelte di vita sbagliate.

SPAZIO ALL’AZIONE…

Non c’è tempo di piangersi addosso, perché il personaggio di Maya è caratterizzato da un carattere forte e grintoso, che non lascia spazio alla tristezza ma che vuole prendere (letteralmente) a pugni e a calci le difficoltà della vita.

Proprio per evidenziare le incredibili capacità combattive della protagonista di Echo, possiamo godere di alcuni vivaci siparietti nei quali la nostra eroina si misurerà a mani nude con alcuni fuorilegge.

Il taglio adrenalinico e brillante della regia firmata da Sydney Freeland (anch’essa una navajo) riesce con efficacia a catturare tutta la fisicità e la spettacolarità degli scontri.

Sebbene non sia stata coinvolta nel progetto seriale di Daredevil, la regia della Freeland si presenta molto simile a quella dell’ottimo show che vedemmo su Netflix, contraddistinta da riprese spesso ravvicinate ai soggetti, ideali per trasmettere enfasi combattiva.

…MA ANCHE A TEMI PIÙ’ IMPORTANTI

Oltre a beare tutti gli spettatori amanti delle arti marziali e dell’azione in generale, Echo nel suo plot riserva anche diversi momenti in cui si offre spazio alla storia dei nativi americani e a come in tempi antichi gestivano la loro società.

Quest’ultima, sebbene tenesse in grande considerazione la figura femminile, vista come unica portatrice di vita, reputava solo gli uomini degni di duellare.

Un concetto che non trova riscontro in alcune figure femminili da cui discende Maya, intente a dimostrare come una donna, oltre che creare la vita su questa terra, debba anche avere la possibilità di difenderla se serve, attraverso l’impiego di diverse tecniche di autodifesa.

Sono questi temi importanti che, sebbene non siano poi così approfonditi in queste prime tre puntate, offrono un gradevole richiamo a concetti di grande attualità, che donano sicuramente alla sceneggiatura di Echo un taglio più “impegnato” e scevro da una impostazione unicamente action.

Oltre a focalizzarsi spesso sulle origini di Maya, raccontate spesso attraverso soluzioni visive originali ideali per scongiurare la noia nello spettatore, Echo approfitta anche dell’ingombrante figura di Kingpin per riservare alcuni colpi di scena.

La figura di Fisk, come tanti appassionati sapranno bene, non è quella di un personaggio unicamente spregevole e privo di benevolenza, ma più complesso e fatto di un passato pieno di sofferenze, che lo hanno reso un uomo dall’animo aspro ma che conosce piuttosto bene anche il profondo valore dei legami familiari.

Proprio per questo il rapporto di Frisk con Maya sarà contraddistinto non solo da tanto odio, ma anche da un imperscrutabile ma vivido sentimento di affetto, che potrebbe portare nelle prossime puntate a presentare soluzioni narrative potenzialmente emozionanti e coinvolgenti.

Dove vedere Echo
COMMENTO
Le prime tre puntate di Echo mi hanno convinto, perché presentano un plot adulto che riesce a coinvolgere nonché a intrattenere a dovere. Durante la visione di Echo ho provato quelle gradevoli sensazioni che mi hanno riportato ai tempi in cui sul palinsesto italiano di Netflix spadroneggiava l’ottimo show Daredevil, che sfruttava l’handicap di Matt Murdock per imbastire soluzioni registiche inedite. Lo stesso avviene con Echo: molte scene, caratterizzate dal silenzio assoluto, vogliono mostrare come una ragazza sorda si approccia al mondo circostante e, soprattutto, come riesca a sfruttare la sua sordità per combattere e sopraffare gli avversari. Artifici registici che sicuramente non sono originali e che abbiamo visto in tanti altri film, ma che ancora riescono indissolubilmente a creare quella tensione e drammaticità che innalzano la qualità complessiva dello show Disney+. Oltre al lato puramente action, Echo si ritaglia anche spazio per raccontare in modo esaustivo le caratteristiche del popolo navajo da cui deriva Maya, aumentando in questo modo la varietà del racconto seriale, anche grazie all’ausilio di modalità visive originali per orchestrare questi flashback.
7.8
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".
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