Diretto da Pierfrancesco Diliberto (in arte Pif) e disponibile il 29 novembre 2021 alle 21.15, su Sky Cinema Uno e su NOW, E noi come stronzi rimanemmo a guardare ha come protagonista Arturo (Fabio De Luigi), un manager promettente che cade in disgrazia a causa di un geniale algoritmo che rende il suo lavoro superfluo.

Il film, Prodotto da Sky Originals e scritto da  Michele Astori e Pierfrancesco Diliberto, è ambientato  a Roma, in un futuro prossimo ove la tecnologia imperante scandisce le abitudini lavorative di qualsiasi azienda.

La giornata lavorativa di Arturo inizia in fila assieme ai suoi colleghi, pronto per farsi scansionare la cornea per poter oltrepassare il tornello che lo separa dall’area lavorativa in cui passerà gran parte della sua giornata.

Una mattina il software deputato a riconoscerlo emette un odioso suono che sottolinea come qualcosa sia andato storto. Arturo non è riconosciuto come parte dei lavoratori della sua azienda, e quindi non può passare oltre.

Il problema, che il nostro protagonista pensava fosse causato da qualche banale errore tecnico, è molto più serio.

In verità Arturo è stato licenziato a causa del suo talento, che lo ha portato a programmare un algoritmo che può gestire autonomamente il lavoro che prima doveva svolgere manualmente. La sua presenza ora è del tutto inutile e la sua forza lavoro non ha alcun valore.

UNA VITA SFASCIATA

L’esistenza di Arturo è segnata da questo licenziamento. Con un’età che lo avvicina ai 50 e un mondo del lavoro che accetta nuove figure che abbiano non più di 40 anni, il suo futuro è segnato.

Inizia una nuova fase della sua vita in cui dovrà di nuovo cercare un impiego, affidandosi alle bislacche ricerche della grande rete, in cui il lavoro è offerto presentando salari striminziti gestiti con vere e proprie aste in cui vince colui che offre disponibilità al prezzo più basso.

Anche la situazione sentimentale non è certamente rosea, dal momento che la sua fidanzata (interpretata da Valeria Solarino) ha deciso di troncare la loro relazione perché una nota app ha valutato il loro rapporto come incompatibile.

L’unica soluzione è diventare un rider della famosa multinazionale chiamata FUUBER. Con una bicicletta al suo fianco e tanta buona volontà, Arturo diventa schiavo dei turni massacranti che il nuovo impiego obbliga a rispettare,  il tutto per guadagnare una manciata di euro ad ogni consegna effettuata nei limiti temporali imposti.

Se dovesse sforare il limite di tempo stabilito, dovrà anche patire una bella multa. Per fortuna può arrotondare il suo misero stipendio subaffittando una stanza del suo appartamento a un curioso professore universitario (Pierfrancesco Diliberto).

UN FUTURO VERITIERO E POCO RACCOMANDABILE

Quello che rapisce subito l’attenzione durante i primi minuti di E noi come stronzi rimanemmo a guardare è la scenografia, che riesce con pochi e mirati accorgimenti a rendere credibile un ipotetico futuro.

Osservando un camioncino che sfoggia uno schermo su cui compaiono scritte colorate, oppure lo stesso zaino che porta il cibo di Arturo adornato con semplici luci, subito si pensa alla società che verrà e come vivremo la nostra quotidianità.

Non saranno solo gli oggetti di scena a dare questa sensazione di veridicità, ma anche le informazioni che Arturo rilascia rispetto al quartiere in cui vive, dislocato in una zona “eco friendly” dove le macchine non possono girare, motivo per cui si vedono infatti girovagare solo mezzi elettrici come i Segway oppure i monopattini, nonché classicissime biciclette.

Ovviamente in questo futuro non mancheranno gli smartphone, resi tutti uguali in nome dell’omologazione, leggermente più ingombranti del solito e capaci di offrire meraviglie tecnologiche come quella che permette di avere accanto a sé un ologramma personale.

UNA COMPAGNA VIRTUALE

FUUBER è un’azienda che ha le mani in pasta dappertutto, e non solo nell’ambito del food delivery. La multinazionale ha creato anche un’app che permette di avere un ologramma con cui puoi liberamente conversare, che si comporta come una persona in carne ed ossa.

Un’occasione da prendere al volo per Arturo, soprattutto perché la prima settimana di utilizzo l’app è completamente gratuita. Compare così in scena Ilenia Pastorelli, una ragazza dolce e comprensibile che riesce subito ad entrare in contatto emotivo con Arturo.

Se non fosse virtuale, questa ragazza sarebbe ideale per lo sfortunato protagonista, che purtroppo alla scadenza della prova gratuita non ha soldi sufficienti per stipulare un abbonamento completo, che costa quasi 200 euro a settimana.

Un prezzo esorbitante, che sottolinea come l’aumento del tasso di inflazione sia smisurato, a parità dello scarso potere di acquisto.

UN CINEMA DI DENUNCIA E DI RISATE

E noi come stronzi rimanemmo a guardare  è un film assolutamente riuscito, perché ha la capacità di offrire una disanima culturale intelligente e stimolante.

Il film di Pierfrancesco Diliberto inizia presentando il personaggio di Fabio De Luigi in modo comico, proprio come quello che conosciamo in molte produzioni.

L’espressione di De Luigi è buffa mentre accetta supino e avvilito il risultato sconcertante che l’app per le coppie riserva a lui e alla sua compagna, un giudizio virtuale e poco raccomandabile che segnerà la fine della sua relazione.

La causa del suo declino sentimentale è l’operato di un algoritmo, che con poche e farraginose informazioni su di loro ha decretato che la loro coppia era assolutamente incompatibile.

Questo algoritmo nel film è simbolo di una società sempre più basata sull’operato di una tecnologia irriverente e sconsiderata, che se spesso può essere di aiuto per migliorare la nostra vita, alcune volte si rivela essere inappropriata.

E noi come stronzi rimanemmo a guardare  non vuole solo basare il plot sul concetto di eccessiva fiducia che riserviamo alla tecnologia, ma punta i riflettori anche su di una oculata critica a tutta la gig economy, formata prevalentemente da lavori freelance in cui il lavoratore risponde solo a innumerevoli doveri ma può approfittare di ben pochi vantaggi

Proprio mentre Fabio De Luigi pedala stanco per arrivare a consegnare l’ennesima pizza, ci accorgiamo con mestizia e un pizzico di commozione come il ruolo dell’attore romagnolo esuli da quello prettamente comico, ma riesca con la sua recitazione ad esternare tutto il disagio di un uomo che si sente poco realizzato in una società così superficiale.

Sia chiaro che il film non è prettamente drammatico, ma riesce comunque attraverso un’ironia ficcante ed una comicità che ha il sapore di denuncia a smuovere gli animi.

COMMENTO
Con un plot di primo acchito comico ma che riserva una sceneggiatura di grande denuncia e una scenografia funzionale e riuscita, E noi come stronzi rimanemmo a guardare è in film assolutamente consigliato. Il lungometraggio di Pif abbonda di citazioni, che vanno dal cinema di Vittorio De Sica a quello di Fritz Lang, soprattutto quando scorgiamo i colleghi di Arturo salire le scale per andare a lavoro in fila come un esercito di esseri privi della loro unicità in nome di una triste omologazione. La produzione Sky Original inoltre riserva alcune idee originali piene di sagacia, che si rifanno al mondo del lavoro e alla completa svalutazione del lavoratore. Non mancano inoltre i richiami ai big del mondo dei social, con il giovane capo della multinazionale FUUBER che rappresenta una perfetta crasi concettuale tra l’arrivismo imprenditoriale di Zuckerberg e la filosofia creativa di Steve Jobs. E noi come stronzi rimanemmo a guardare , che ha nello stesso titolo un moto di denuncia, è pregno di idee originali che si rifanno ai mali della società odierna e presenta con rara lucidità come questi potrebbero diventare una vera e propria metastasi collettiva nel futuro prossimo, in cui dovremo combattere con un clima assolutamente impazzito (favolosa la scena che ritrae il Polo Nord) e un concetto di umanità sempre più relegato di fronte alla folle voglia di arricchimento ai danni dei più poveri. Anche la parentesi sentimentale del film, in cui sono protagonisti Fabio De Luigi e Ilenia Pastorelli, funziona nella sua semplicità e nella gioiosa celebrazione dell’amore come sentimento liberatorio e scevro da qualsiasi condizionamento. Sebbene rischiasse di essere un film strapieno di rimandi concettuali e proprio per questo narrativamente disomogeneo e confuso, E noi come stronzi rimanemmo a guardare invece riesce a comunicare tutti gli importanti concetti che il regista Michele Astori e Pierfrancesco Diliberto volevano perpetrare al pubblico, approfittando di quella comicità e ironia che da sempre, se ben sfruttata, riesce ad essere uno dei modi migliori per fare critica sociale.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".