Serie televisiva inglese che esordì nel 2011, Black Mirror ha come tema principale la tecnologia e le problematiche che questa possa far insorgere nella società odierna e futura.

Scioccanti e pieni di suspense, gli episodi che fanno parte della serie antologica inglese hanno sempre voluto veicolare una certa dose di pessimismo nei nuovi mezzi tecnologici, che dovrebbero invece migliorare la nostra vita.

La tecnologia in Black Mirror è sempre stata presentata come invasiva, e ha la funzione di lente di ingrandimento dei vizi e dei problemi della società in cui viviamo.

Questi mezzi invece di rendere la vita più semplice, e metterci  l’uno a contatto con l’altro, non fanno altro che aumentare la nostra solitudine.

Lo “specchio nero” che si rifà al titolo della serie, è riferito a quello del monitor, oppure dei nostri televisori: proprio come il fallace “specchio delle mie brame” di disneyana memoria, anche quello di Black Mirror sembra che possa esaudire tutti i nostri desideri, ma in cambio vuole controllare parte delle nostre vite e, soprattutto, delle nostre identità.

Dopo le prime due stagioni prodotte da Charlie Brooker per Endemol, Netflix ha pensato bene di acquistare la serie per proporre, fino ad oggi, altre tre stagioni.

La produzione Netflix differiva da quella inglese per la scelta di una sceneggiatura più fantasiosa, emozionante e non necessariamente dai connotati negativi. I nuovi episodi in streaming potevano vantare plot che attingevano al genere thriller, horror e anche sentimentale.

Una miscellanea di emozioni prettamente cinematografiche che si sposavano perfettamente con l’atmosfera distopica e futurista in cui, ancora una volta, la tecnologia era spesso il burattinaio delle nostre vite.

La quinta e nuova stagione di Black Mirror è composta da soli tre episodi. Un cambiamento notevole, dal momento che gli spettatori della serie sono abituati a stagioni composte da sei episodi, esattamente il doppio.

STRIKING VIPERS – UN VIDEOGIOCO CHE CAMBIA LA VITA

Danny e Karl sono due amici che si sono conosciuti durante uno dei periodi più importanti  e divertenti della vita: il college. Tra studio, feste ed altre distrazioni tipiche del periodo in cui la gioventù inizia a trasformarsi in età adulta, i due hanno stretto una amicizia che ha messo radici forti, complice anche il fatto che dividevano l’appartamento in cui vivevano.

L’amicizia maschile, si sa, fa rima anche con cameratismo. Cameratismo che si sviluppa soprattutto condividendo le stesse passioni. Danny e Karl hanno passato molto tempo assieme soprattutto davanti un videogioco di combattimento chiamato Striking Vipers.

Questo titolo diventerà simbolo dei loro pomeriggi (e nottate) passate a confrontarsi sullo stesso divano. I combattimenti si consumano non solo virtualmente ma anche fra di loro, soprattutto quando il vincitore dileggia vistosamente il perdente astioso.

Il college è finito, e le nottate diventano teatro di disperati tentativi di far dormire i proprio figli piccoli. Striking Vipers sembra che sia un ricordo lontano. Ma il progresso avanza: ora lo stesso gioco torna in formato realtà virtuale. Una splendida chance che i due amici hanno per poter tornare a giocare e confrontarsi. Un ritorno alla gioventù che sovrasta le loro frustrazioni da uomini oramai adulti.

Striking Vipers, il primo episodio della serie, si presenta come un malinconico messaggio d’amore per gli anni in cui passare una notte in bianco non destava alcun problema. In sintesi, quando noi tutti eravamo giovani.

Danny e Carl rappresentano due tipologie di vite diverse: l’uno è sposato e con prole, l’altro invece sceglie di restare single e di concedersi diverse avventure sentimentali.

La loro vita ora è del tutto cambiata, ma sempre pervasa dal ricordo e dalla voglia di sentirsi ancora giovani , e soprattutto vivere quella profonda sintonia maschile che si consuma attraverso una ferrea e longeva amicizia.

Il nuovo videogioco immerso in una realtà virtuale li porrà di fronte a nuove esperienze che mai avrebbero immaginato.

Il messaggio che Striking Vipers vuole veicolare potrebbe sembrare complesso: prima di arrivare al finale dell’episodio sono molte le interpretazioni che si possono formulare. I protagonisti si trovano, inaspettatamente, di fronte a situazioni paradossali che mai avrebbero pensato di affrontare.

Arrivato il finale, ci si accorge di come queste elucubrazioni mentali  purtroppo siano fini a se stesse: Striking Vipers chiude la sua storia in modo banale.

SMITHEREENS – UNA DISTRAZIONE PUO’ UCCIDERE

Il protagonista di Smithereens è un autista inglese di Car Sharing, che decide un giorno di prendere in ostaggio un dipendente di una società che sviluppa una famosa applicazione di social media.

Il suo gesto avrà ripercussioni notevoli, soprattutto perché potrebbe scomodare addirittura il creatore di questa nota app, che tutti seguono pedissequamente ogni giorno, con gli occhi attaccati allo smartphone per leggere l’ultima novità postata dai propri contatti.

Smithereens è una denuncia dei social media. Ci distraggono ogni giorno. Spesso sfogliamo virtualmente le decine e decine di  pagine contenenti le notizie dei nostri preziosi contatti  davanti al nostro cellulare quasi inconsapevoli di farlo. I social oramai annichiliscono la nostra attenzione e divorano il nostro tempo libero.

La sceneggiatura di questo episodio è molto semplice e priva di iperbole emozionali, proprio quelle che la serie Black Mirror ci aveva abituati a provare, soprattutto da quando è arrivata in mano al gigante dello streaming Netflix.

Durante la narrazione della storia, della durata di un’ora, spesso si fatica a trovare spunti interessanti per continuare la visione. Esaurita la curiosità iniziale, quello che resta è un lungo mea culpa del protagonista, che costringe gli spettatori a seguire la testimonianza di eventi che, tirando le somme, sono ordinari nella loro drammaticità e in cui la tecnologia non ha alcuna responsabilità effettiva.

Questioni di scelte e di atteggiamenti sbagliati, queste le motivazioni intrinseche, che non la sciano spiraglio ad una effettiva condanna dell’uso che facciamo delle nostre applicazioni preferite per stare in contatto con altri esseri umani.

RACHEL, JACK AND ASHLEY TOO – UNA BAMBOLA COME IDOLO

Ashley è la pop-star preferita di un’adolescente che non ha molta vita sociale. Le movenze della cantante sul palco, interpretata da Miley Cyrus, sono un inno all’estrema sicurezza  della giovane star nelle sue capacità canore.

Ashley è tutto ciò che la giovane protagonista dell’episodio vorrebbe essere. Se lei non può essere amica della cantante,  un utile escamotage può essere quello di acquistare la nuovissima bambola elettronica che ricorda il suo aspetto. Il suo compleanno è vicino e non vi è occasione migliore.

La bambola di Ashley è graziosa, ed ha una notevole intelligenza artificiale: oltre a conoscere tutte le canzoni a memoria della ragazza in carne ed ossa a cui è ispirata, non le manca nemmeno una certa, vivace, favella. Le sue risposte sono sempre pronte ed efficaci.

Insomma, sembra proprio che una nuova amica sia entrata nella vita della giovane asociale. Un’amica elettronica e di plastica, ma poco importa.

Rachel, Jack and Ashley, too, secondo episodio scritto dal padre della serie Charlie Brooker assieme a Striking Vipers, è la storia che maggiormente mette al centro del plot narrativo la tecnologia come protagonista assoluto.

Ma non basta. Purtroppo la sceneggiatura non è all’altezza delle aspettative, e il risultato è un racconto che mette insieme troppe idee, il più delle volte raffazzonate.

Rachel, Jack and Ashley, too parla di una pop star, di intelligenza artificiale e di come il marketing riesca a far apparire questi due concetti così desiderabili, quando in verità tutte e due nascondono verità disumane.

L’episodio purtroppo appare noioso, sebbene possa fregiarsi della vivace figura della Cyrus e del suo radioso sorriso.  Sembra quasi che i personaggi messi in gioco siano troppi, e nessuno di loro riesca nella sua funzione primaria oltre che fondamentale: trasmettere un messaggio.

L’ultimo episodio di Black Mirror appare così scevro di emozioni, presentando una storia che abbonda di troppi elementi concettuali, che non riescono in alcun modo a dare una qualche coerenza al racconto nel suo complesso.

Le protagoniste femminili dell’episodio, che assieme alla Cyrus creano un terzetto adolescenziale più adatto ad un disimpegnato film anni ottanta piuttosto che ad una cupa storia di Black Mirror, sembra che vogliano a tutti costi ammiccare ad un pubblico di giovani e giovanissimi, concettualmente molto lontano dalle tematiche profonde e adulte delle stagioni precedenti della serie.

COMMENTO
La quinta stagione di Black Mirror è quella con meno episodi in assoluto, e purtroppo anche la prima che non riesce a coinvolgere lo spettatore come dovrebbe. Sebbene alcuni criticabili in passato, tutte le puntate delle passate stagioni riuscivano ad offrire diversi motivi per essere guardate, a cominciare dall’intrattenimento fino alla intelligente e feroce critica della società, passando per momenti di tensione e romanticismo. In questi nuovi tre episodi non ritroviamo nulla di tutto ciò: mancano i colpi di scena e soprattutto il generale trasporto per le vicende dei protagonisti, che si ritrovano da sempre coinvolti in incubi orchestrati dalla potenza della tecnologia. Ogni episodio lamenta una forte mancanza di idee e soprattutto di quell’approccio metatestuale che arricchiva e dava valore a tutta la sceneggiatura. Come scritto poche righe fa, è forte la sensazione che questa quinta stagione di Black Mirror abbia voluto presentare contenuti più leggeri e così fruibili da un pubblico più giovane, soprattutto vedendo l’episodio con Miley Cyrus e il videogioco preso in prestito come teatro delle vicende di Danny e Carl nella prima storia. Un esperimento che, se dovesse avere successo e avvicinare il pubblico adolescenziale alla saga, è riuscito altresì a snaturare i contenuti e la connotazione così intelligentemente cupa che permeava tutta la serie. Almeno fino a oggi.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".