Siamo ad Ischia, dove le nozze d’oro di Alba (Sandrelli) e Pietro (Marescotti) riuniscono per un giorno la loro famiglia. Le cattive condizioni marittime, però, costringono tutti ad una convivenza forzata di tre giorni.

Vengono così a galla le reali dinamiche familiari e di coppia, che durante il breve pranzo erano rimaste celate dalle convenzioni sociali.

Fatta la premessa, dunque, della festa e la parata delle facce/facciate che si mostrano, entriamo nella seconda parte del film: quella che ci svela come stanno veramente le cose.

Qui si srotola una trama a matrice, che fa emergere in parallelo le vere relazioni dei sottogruppi.

E data la numerosità delle storie che si vogliono raccontare, ed il tempo contenuto di un lungometraggio, non abbiamo uno svolgimento graduale, un dispiegarsi dei personaggi man mano che le situazioni si evolvono.

Abbiamo la (ra)presentazione della questio immediata, ai primi dialoghi già tutte le carte sono scoperte.

Come sono questi personaggi?

Alla Muccino: in crisi.

Il tema principale è la relazione di coppia o, meglio, la crisi della relazione di coppia.

C’è chi fugge davanti alla relazioni (Accorsi qui, come nei precedenti film del Muccino italiano).

Ci può essere la malattia da affrontare e che ci fa interrogare su chi amiamo, a chi è rivolto questo sentimento, che pure proviamo, se colui che crediamo essere il destinatario, non ci riconosce più.

Carlo (Favino) non riesce a gestire le conseguenze delle proprio scelte d’amore, che si rivelano essere state sbagliate.

Sara (Impacciatore) ha imparato dalla madre (Sandrelli) che il matrimonio è tradimento e si ritrova, non casualmente, a subire, con ostinazione, il tradimento nel proprio matrimonio.

L’unica voce fuori tema incarna la funzione che non può mancare in un dramma corale: la pecora nera Tognazzi, che avrà il compito di far emergere gli aspetti caratteriali, non legati alla relazione amorosa, dei vari personaggi; introduce il tema del denaro, ma vissuto come sempre nelle dinamiche familiari: come espressione dei legami.

E proprio lui porterà in casa la giovane che, con occhio nuovo e speranzoso della gioventù e della maternità da venire, (è incinta), svelerà la nudità del re.

I dialoghi sono nel registro molto veri, quasi soldiniani, ma vi si sente bene il sottotesto psicologico. Nella parte della Impacciatore, che pure ha collaborato alla sceneggiatura, in maniera più marcata: canta a chi non la vuole ascoltare, nega la verità a chi gliela riferisce.

La musica di Piovani ci accompagna negli struggimenti dei protagonisti.

Da contraltare, la musica in campo ci viene fornita dal personaggio di Tognazzi che canta la musica di un’Italia che non c’è più, che si vuol ricordare innocente e spensierata a dispetto della realtà storica, che ricorda l’infanzia e la giovinezza dei protagonista.

La stessa funzione, del resto, dell’attrice Sandrelli nel film.

La storia portante del film è la relazione tra Ginevra (Crescentini) e Carlo (Favino), che si regge tutta sull’interpretazione di quest’ultimo.

La Crescentini si limita a gridare e piangere, e non riesce a dare spessore al suo personaggio, a farci pervenire qualche sfumatura che ci permetta di intravedere qualche ragione nel suo comportamento, che vada oltre alla “stupidità” con cui viene appellata nel film dalla rivale (Solarino).

Favino prende su di sé il climax del film, una scena di violenza che rappresenta l’esasperazione dell’uomo (in generale della persona in relazione) che non riesce a con-vivere, a stare con l’altro, ma che condivide sesso di superficie e subisce la convivenza come disciplina dalla società.

La parola “insieme” non esiste sarebbe stato un ottimo titolo per questo film.

Favino ce la fa. A non far gridare critici distratti alla violenza di genere. Ma a dare senso ed immagine alla disperazione personale di chi costretto in uno status da cui non vi è scampo.

All’apertura ci informa che un secondo divorzio non se lo può permettere.Nel film capiamo che il secondo matrimonio è peggiore del primo, da cui comunque è fuggito.

Non c’è scampo: siamo in prigione, come ha modo di gridare la Gerini in un’altra scena del film.

Delle altre storie, tra cui il filo verde della speranza è affidato a quella dei giovani (ci ricordano un po’ Come te nessuno mai), apprezziamo la Impacciatore, convinta nel ruolo e come sempre, ci duole scriverlo, recriminiamo sulla scelta della Gerini, poco convincente e superficiale nella difficile parte assegnatala.

Ghini non è all’altezza del complesso ruolo del malato di Alzheimer e, nonostante abbia dichiarato che con Muccino si sono preoccupati di rispettare questa malattia, dai dialoghi ne esce un’involontaria parodia, che non diverte né commuove, ma stride soltanto.

Accorsi ripete con grazia se stesso, già visto in ruoli analoghi, spesso con Muccino;  è l’eterno studente da Checov in giù.

La sua compagna filmica, Elena Cucci, evita di recitare: si appiccica sul viso un sorriso da pubblicità del dentifricio durante tutto il film.

La loro storia, del resto, è la più patinata; lo spettatore accetta di buon grado questo sogno che gli viene proposto perché si aspetta di essere bruscamente riportato alla realtà. Ma lo squarcio potrà non esserci. Bravo Tognazzi.

Il personaggio di Sandra Milo inutile. Muccino l’ha voluta per ricordare un certo cinema. Ci chiediamo se in un film dove molti caratteri avrebbero avuto bisogno di un approfondimento maggiore, valeva la pena spendere spazio per dedicarlo ad una citazione metanicinematografica.

Sandrelli e Milo e, in misura minore, Gianmarco Tognazzi che rimanda ad un ruolo affine interpretato dall’Ugo di Io la conoscevo bene, sono presenti in quanto icone della commedia italiana di graffio sociale alla cui tradizione il film aspira riprendere.

Ed è, in effetti, un film importante. E  su cui la critica si è divisa, a cominciare dall’assegnazione di genere.

In realtà questo è un dramma, patinato come una commedia: attori di bell’aspetto e ben vestiti, (a dispetto della coerenza con la trama), stupenda location, (un’Ischia ritratta da turista straniero, un po’ come Allen ritrae Roma), canzoni di grande successo della seconda metà del secolo scorso.

È una pellicola che lascia il segno nella cinematografia italiana degli anni ’10: rimarrà.

Per la scena di Favino che tenta di uccidere la moglie tra le rovine sul mare di Ischia.

Perché, più di altri film, (anche più di Perfetti sconosciuti che per impianto della trama tanto ricorda) riesce a descrivere la crisi della persona della coppia nella nostra epoca.

Non rimarranno le qualità prettamente visive, che, descriveremo “standard”, delusi dallo scarso impegno su questi aspetti.

Un film che esce il 14 febbraio. Da vedere, ma non a San Valentino!

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