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Street Fighter torna al cinema dal 15 ottobre 2026. L’ultimo film live action dedicato al celebre videogame di Capcom risale al 1994, un titolo che non passò inosservato a causa dei suoi difetti grossolani. È arrivata l’ora del riscatto?
Era il 1987 quando nelle sale giochi di tutto il mondo arrivò Street Fighter, un arcade in cui si scontravano avversari provenienti da ogni parte del mondo, attraverso tecniche di combattimento piuttosto particolari. Il giocatore impersonava Ryu, un karateka giapponese vestito di un candido kimono bianco che, oltre a sferrare calci e pugni, poteva scagliare una vera e propria “palla di fuoco” dalle mani, recitando quel verso che pochi anni dopo sarebbe diventato leggendario: Hadouken!
Un diamante grezzo
Street Fighter era un titolo a tratti seminale e affascinante, ma in parte penalizzato da una giocabilità modesta, che richiedeva un lungo allenamento prima di diventare un giocatore sopraffino.
Tutto cambiò nel febbraio del 1991, quando Capcom lanciò il seguito del gioco, intitolato con poca fantasia Street Fighter II.
Il titolo migliorava esponenzialmente ogni aspetto del capitolo precedente, offrendo otto personaggi tra cui scegliere, ciascuno dotato di tecniche offensive uniche.
Tutti giocavano a Street Fighter II, persino chi fino a quel momento non sapeva nemmeno cosa fosse un videogioco. Era l’inizio di una vera e propria leggenda.
Un successo meritato, un film disastroso
Street Fighter II ebbe all’epoca un successo stratosferico, perché offriva personaggi dotati di un incredibile carisma. Ognuno di essi sfoggiava inoltre una propria storia personale, che lo elevava a vero protagonista di ogni partita, ben oltre il semplice agglomerato di pixel in due dimensioni che poteva sembrare dando uno sguardo distratto allo schermo del cabinato.
Il successo del titolo permise a Capcom di lanciare numerosi seguiti e spin-off, che invasero non solo il mercato videoludico, ma anche quello di manga e anime.
Mancava solo il grande passo verso le sale cinematografiche, compiuto nel 1994 con l’arrivo di Street Fighter, Sfida finale: una trasposizione che vantava nel cast Jean-Claude Van Damme, Raul Julia e Kylie Minogue, nomi di grande richiamo nell’industria cinematografica e musicale.
La loro presenza non bastò a salvare un film che si rivelò una vera delusione per gli amanti dell’arcade, a causa di una sceneggiatura disordinata e di una regia incapace di trasmettere il pathos che la saga Capcom elargiva a piene mani.
A parte il live action del 2009, Street Fighter, La leggenda, incentrato sulla guerriera Chun-Li e dunque non sulle vicende di Ryu e del suo amico fraterno Ken Masters, non sono usciti altri lungometraggi dedicati al franchise, almeno fino al 2026, anno in cui arriva nelle sale Street Fighter, film diretto da Kitao Sakurai che si propone come un vero e proprio reboot, senza alcun legame con le precedenti operazioni cinematografiche.

Ryu e Ken, una storia di amicizia e scontri
Pur offrendo una storia che coinvolge gran parte dei combattenti simbolo di Street Fighter II (e dei capitoli successivi), Street Fighter concentra la narrazione sulle figure di Ryu e Ken (Andrew Koji e Noah Centineo), due personaggi che hanno appreso le arti marziali fin da giovani grazie agli insegnamenti del maestro Gouken.
Proprio a proposito di Gouken, il film sceglie un modo originale per presentare questa figura così importante nelle vite di Ryu e Ken: attraverso un filmato animato, capace di arricchire l’esperienza cinematografica con un tratto grafico convincente, che richiama alla mente altre (ottime) produzioni del genere legate al franchise Capcom.
Con l’ausilio di disegni animati, una regia dinamica e effetti speciali sufficientemente validi, Street Fighter mostra come Ryu e Ken abbiano speso anni ad affinare le proprie tecniche marziali, introducendo al contempo il vero villain del film: Akuma (Roman Reigns).
Questo spaventoso lottatore, fratello di Gouken, ha scelto la via dell’oscurità per diventare un maestro di arti marziali, e punta a trascinare anche Ryu nel proprio vortice di malvagità.
Un’occasione perfetta per introdurre anche Evil Ryu, la versione corrotta e malvagia del lottatore dal kimono bianco, che ha dedicato la vita alla lotta e al sogno di diventare il combattente più forte del mondo.

Ci sono proprio tutti
Sebbene il plot si concentri sulla storia di Ryu e Ken, la sceneggiatura dà spazio anche a tutti gli altri lottatori del roster di Street Fighter II, nessuno escluso.
Vedremo in azione anche l’amata maestra di arti marziali cinese Chun-Li (Callina Liang), fermamente intenzionata a vendicarsi del criminale M. Bison (in Giappone noto come Vega, interpretato da David Dastmalchian), un altro abile e pericoloso lottatore che nel film organizza il World Warrior Tournament per sottrarre al combattente più forte la propria energia e trasformarla in “Psycho Power”, la potente forza che Bison impiegherà nelle sue tecniche offensive.
Non mancheranno nemmeno altri personaggi iconici, come l’americano Guile (Cody Rhodes) e il serafico Dhalsim (Vidyut Jammwal), uno dei lottatori più sorprendenti del gioco grazie alle sue capacità di allungare gli arti per colpire l’avversario anche a lunga distanza.
Se pensate che non ci sia spazio per Zangief ed E. Honda, vi sbagliate: Olivier Richters e Hirooki Goto interpretano rispettivamente il mastodontico russo e il campione di sumo giapponese, quest’ultimo capace di colpire l’avversario con una velocità tale da far sembrare i suoi colpi centuplicati.
Ricco anche il parterre femminile: oltre a Chun-Li, nel cast figurano Cammy (Mel Jarnson) e Juli (Rayna Vallandingham), entrambe comparse nei capitoli successivi della saga. C’è spazio anche per il pugile Balrog (50 Cent) e per il lottatore mascherato Vega (Orville Peck).

Una lotta della durata di due ore
Street Fighter è un film che abbonda, forse fin troppo, di scene di combattimento. Era lecito aspettarsi numerosi momenti di scontro vero e proprio, ma spesso questi violenti siparietti appaiono slegati dall’esile trama, inseriti perlopiù per giustificare la presenza in scena di un determinato personaggio.
L’esempio più lampante riguarda Blanka (Jason Momoa) ed E. Honda, due lottatori che compaiono (per poi sparire poco dopo) sorretti da motivazioni narrative piuttosto flebili.
Sebbene gli scontri che li vedono protagonisti siano anche tra i più spettacolari, finiscono per rimanere semplici intermezzi all’interno di una trama a tratti sconclusionata.
Street Fighter punta inoltre fin troppo sull’ironia nel presentare le vicende di Ryu e Ken: se l’americano Ken, anche nel videogioco, appare spesso gioviale e amante del successo, nel film di Kitao Sakurai risulta fin troppo sopra le righe.
Discorso simile per Ryu, qui tratteggiato come un combattente che non sa cosa fare della propria vita, con un passato segnato da una condotta deplorevole nei confronti dell’amico Ken. Una scelta che rende l’introverso e un tempo ineccepibile guerriero giapponese un uomo privo di quella ferrea volontà che lo ha da sempre contraddistinto nei giochi Capcom.
Anche Guile è vittima di un profilo caratteriale ben distante da quello videoludico, qui mostrato come un uomo rissoso e amante dello sberleffo.
Al di là della diffusa ironia che coinvolge (quasi) tutti i personaggi, ciò che risulta fuori luogo è il taglio grottesco riservato a Bison, che vede il possente combattente dalla nazionalità sconosciuta avvalersi di un improbabile macchinario per risucchiare la forza dei rivali.
È pur vero che nella saga videoludica Bison, grazie al proprio potere psichico, rubi l’energia vitale dei lottatori anche con l’ausilio di un macchinario (lo si vede già nella saga di Street Fighter Alpha), ma la scelta di rappresentarlo in questo modo nel film risulta comunque poco adatta a dotare il personaggio del film di quell’aurea di potenza e brillante malvagità.
Discorso diverso per Balrog e Chun-Li: il pugile viene mostrato esattamente come nel videogioco, un boxer violento pronto a distruggere l’avversario in nome della gloria, mentre Callina Liang risulta credibile nei panni di un’ex agente dell’Interpol desiderosa di vendetta.
Chiudiamo con Vega, che soffre in parte degli stessi problemi di Bison e che quindi appare più una macchietta che un temibile guerriero che usa un guanto con lame affilate per combattere.



































