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Esce nei cinema il 18 giugno 2025 28 anni dopo, terzo film della trilogia horror post-apocalittica iniziata nel 2002 con 28 giorni dopo e poi continuata nel 2007 con 28 settimane dopo. Torna alla regia Danny Boyle.

Sono passati 10.228 giorni dall’inizio dell’epidemia, esattamente 28 anni da quando l’Inghilterra è stata invasa dal virus della rabbia, capace di trasformare gli esseri umani in creature violente e prive di senno, pronte a uccidere senza un reale motivo chiunque gli si pari davanti.

Una situazione tragica ed estrema che ha reso la Gran Bretagna una nazione in quarantena rispetto al resto del mondo. Ora l’isola più grande d’Europa è alla mercé di questa terribile pandemia e si ritrova completamente isolata.

Quando tutto ebbe inizio

In televisione danno i Teletubbies e un piccolo gruppo di bambini guarda rapito il programma con i bislacchi personaggi in costume che si agitano in maniera inconsulta.

Fuori dalla stanza in cui si ritrovano questi giovani spettatori si sentono forti rumori che non fanno presagire nulla di buono.

All’improvviso la porta si apre bruscamente ed entra una persona che intima ai bambini di fuggire da una minaccia che ancora non si palesa.

Bastano pochi attimi e l’ambiente si riempie di persone invasate che urlano e producono una orribile emesi insanguinata.

La stanza si riempie di sangue ma che non proviene solo dalla bocca di questi individui: ognuno di loro è intento ad assalire, uccidere e cibarsi del corpo ancora caldo delle vittime.

Inizia così l’epidemia che ha messo in ginocchio l’Inghilterra.

Un infetto nel film 28 anni dopo.
Un malato di rabbia cammina in un campo pieno di splendidi fiori gialli

28 anni dopo

Dopo questo incalzante incipit che provoca una considerevole dose di emozioni, il film di Danny Boyle torna nel presente e più precisamente sull’isola di Lindisfarne, una terra in cui alcuni sopravvissuti hanno creato un villaggio ove vivere pacificamente.

Il focus narrativo si sposta su Jamie (Aaron Taylor‑Johnson), padre di famiglia intento a raggiungere la terraferma per cercare provviste e oggetti utili assieme al figlio Spike (Alfie Williams).

Spike, sebbene sia solo un adolescente, vuole dare una mano alla comunità in cui vive ed è pronto ad affrontare le minacce che si trovano all’esterno.

La pensa diversamente sua madre Isla (Jodie Comer), donna malata da tempo costretta a passare gran parte della giornata a letto a causa di improvvisi e lancinanti dolori alla testa.

Questa avventura per Spike non rappresenterà solo il modo migliore per diventare un uomo, ma gli permetterà anche di conoscere meglio il rapporto tra i suoi genitori.

Aaron Taylor‑Johnson e Alfie Williams nel film 28 anni dopo.
Jamie e Spike sono pronti per andare sulla terra ferma, ma devono fare molta attenzione.

Una regia inedita

Dopo aver visto 28 anni dopo quello che rimane impresso è soprattutto la qualità della regia, che riesce a essere originale e a mettere in scena un ambiente post-apocalittico credibile, pericoloso ma allo stesso tempo affascinante.

Danny Boyle ha scelto di girare il film anche con l’ausilio di numerosi iPhone 15 Pro Max, che riescono a donare a molte riprese un grande senso di dinamicità e un effetto ansiogeno impareggiabile.

Attraverso l’ausilio di inquadrature ravvicinate e di riprese caratterizzate da movimenti registici volutamente scattosi, 28 anni dopo riesce a instillare un perfetto senso di angoscia nello spettatore, anche grazie a micro fermi immagine utilizzati soprattutto quando gli infetti vengono trafitti dalle armi di Jamie e di Spike.

In foto il regista Danny Boyle nel film 28 anni dopo.
Il regista Danny Boyle è intento a dare indicazioni all’attore Aaron Taylor-Johnson per girare al meglio una scena

Con questo stratagemma registico, il sangue finto che sgorga dalle ferite mortali degli infetti diventa quasi un momentaneo protagonista e rende la scena più coinvolgente.

Oltre a riprese tradizionali e a quelle effettuate con l’ausilio degli smartphone, la regia di 28 anni dopo predilige anche l’uso dell’occhio registico di molteplici droni, utilizzati per mostrare come la natura sia diventata nuovamente padrona del territorio e per mostrare l’incredibile velocità e agilità degli infetti.

La ripresa a volo d’uccello è perfetta per sottolineare come questi esseri, specie quando si raggruppano, sappiano stanare le prede con una grande perseveranza.  Perseveranza che si aggiunge a una resistenza disumana in alcuni di loro, chiamati “Alpha”, veri e propri leader inconsapevoli ai quali il virus della rabbia ha donato una prestanza fisica incredibile.

Alfie Williams, Jodie Comer eRalph Fiennes nel film 28 anni dopo.
Alfie e la madre Isla incontrano un medico abile a combattere e dal carattere empatico

Uno sguardo al concetto di famiglia

Assieme a numerose scene piene di pathos e ricche di azione e gore, 28 anni dopo concentra la narrazione anche su Spike e il suo delicato rapporto con la madre Isla.

La vera missione di Spike non è quella di diventare un uomo capace di far fronte a queste rabbiose creature, ma cercare di trovare una cura per l’amata madre.

Nella seconda parte del film si apre un vero e proprio capitolo narrativo a parte, che mette in scena nuovi protagonisti in nome di una profonda e commovente rappresentazione del rapporto tra madre e figlio.

È in questi momenti che 28 anni dopo si dimostra un film dalle numerose sfaccettature, perché abbandona temporaneamente le atmosfere horror e le scene impressionanti per cercare di approfondire il concetto di famiglia, maternità e anche quello della morte come evento naturale in qualche modo da accettare serenamente.

COMMENTO
È innegabile che 28 anni dopo è un film che è consigliabile vedere al cinema. Lo schermo gigante della sala è quello più adatto a valorizzare la regia di Danny Boyle, fatta di tante riprese diverse che sfruttano la tecnologia degli smartphone per dare un senso di costante ansia. Boyle non si fregia solo di una direzione registica originale per rendere il suo film in qualche modo diverso, ma sfrutta anche l’impiego di immagini di repertorio di guerre e di invasioni coloniali per mostrare come l’Inghilterra sia tornata a vivere tempi cupi e arretrati. Non mancano ovviamente rimandi a svariati concetti socio-culturali in 28 anni dopo, come la Brexit, il Covid e la generalizzata crisi dei valori sociali. Peccato aver ravvisato che la parentesi narrativa che coinvolge Spike e la madre si concluda in un modo leggermente sbrigativo; anche il finale, spiccatamente aperto, potrebbe lasciare alcuni spettatori in qualche modo disorientati.
7.8
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Luca Spina
Dopo la visione di Grosso guaio a Chinatown a dieci anni, ho capito che il cinema sarebbe diventato la mia più grande passione. Poco dopo, un computer ZX Spectrum mi ha fatto innamorare dei videogiochi e della tecnologia. Sono il direttore di PressView.it, portale dedicato a cinema, serie TV e gaming, dove scrivo unendo curiosità e spirito critico. Le serie TV mi accompagnano da sempre — da Il mio amico Arnold a Happy Days — e ancora oggi rappresentano uno dei piaceri più autentici del mio lavoro.
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