La docu-serie The Last Dance continua ad offrire aneddoti interessanti e cronache sportive del passato riguardanti la famosa squadra di basket Chicago Bulls.

Il suo famoso capitano, Michael Jordan, oramai non è solo uno dei più grandi giocatori di pallacanestro, ma anche un modello. Una caratteristica che ha pesato non poco sulla serenità di Jordan, da sempre sotto gli occhi indiscreti della stampa sportiva e dei suoi fan, alcuni dei quali fin troppo innamorati della figura e delle gesta del campione.

I PRIMI SPONSOR E LE OLIMPIADI

La quinta puntata di The Last Dance racconterà numerosi eventi riguardanti la vita e la carriera di Michael Jordan.

L’inizio dello show mette a dura prova l’emotività dell’appassionato di pallacanestro. Una dedica a Kobe Briant preannuncia alcune recenti interviste al campione NBA scomparso solo pochi mesi fa in un incidente di elicottero.

Jordan ha avuto un ottimo rapporto con Briant; quest’ultimo era ben più giovane del campione dei Bulls, e agli inizi della sua carriera trovò in lui una figura quasi fraterna che gli trasmise insegnamenti fondamentali, non solo per migliorare le sue performance da cestista ma anche per adattarsi al meglio alla sua nuova vita da star della pallacanestro.

In questo episodio potremo conoscere anche la splendida esperienza di Jordan con le olimpiadi del 1992 a Barcellona, dove il Dream Team USA fece faville.

Durante le partite svolte in Spagna, Michael Jordan incontrò anche la promessa della pallacanestro croata Toni Kukoc, giocatore che interessava particolarmente al manager Jerry Krause, da sempre figura dai contorni oscuri nella vita di Jordan.

Una partita, quella con la Croazia, in cui tutta la veemenza sportiva di Jordan investe Kukoc, innocente bersaglio di una bagarre interna alla dirigenza che abbiamo conosciuto già durante gli scorsi appuntamenti del documentario.

La puntata, ricca di argomenti, prosegue con interessanti aneddoti riguardanti la nascita delle famosissime scarpe da basket Air Jordan, che il giocatore dei Bulls fece creare in suo onore da una azienda che nel 1984, incredibile a dirsi, non era poi così famosa. Uno sponsor che deve a Jordan la nascita della sua fortuna odierna.

The Last Dance inizia poi a introdurre la delicata tematica della reputazione di Michael Jordan, in riferimento soprattutto ad un evento politico in cui il giocatore non ha voluto in alcun modo prendere parte.

La politica non faceva parte della vita di Jordan. Lui si professava unicamente come sportivo e giocatore di pallacanestro. Ma non tutta l’opinione pubblica riesce a comprendere e apprezzare la coerenza del cestista che si trova, per la prima volta nella sua vita, invischiato suo malgrado in polemiche che potrebbero gettare fango sulla sua ottima reputazione di giocatore e, ancora prima, di uomo.

NON E’ FACILE ESSERE MICHAEL JORDAN

Ognuno di noi vorrebbe essere un incredibile atleta, ricco e apprezzato da milioni di fan in tutto il mondo. Ma la vita di una star dello sport non è sempre così semplice, soprattutto se viene vista come un vero e proprio modello.

E’ proprio questo il  leitmotiv della puntata numero sei di The Last Dance: cercare di spiegare come la quotidianità di un uomo perennemente sotto i riflettori sia complessa e anche piena di sacrifici.

Michael Jordan è un giocatore che sta a stretto contatto con tutti i suoi fan e che non può deludere nessuno adottando un atteggiamento schivo e poco propenso alla socialità.

La sua carriera e il suo modus vivendi sono state prese come un esempio da seguire. E se in America sei un modello e stai su di un piedistallo, potresti cadere da un momento all’altro e rischiare di farti molto, molto male.

The Last Dance racconta a tal proposito come un giornalista sportivo intraprendente scrisse un libro sui Bulls e sui retroscena che coinvolgevano la squadra. Retroscena che hanno gettato una oscura ombra sulla figura di Jordan.

Lamentele, invidie e voci di corridoio. Una pubblicazione a tratti quasi scandalistica che raccoglieva tutte queste dichiarazioni, che non si seppe mai da quali fonti provenivano. Una brutta esperienza non solo per il capitano dei Bulls ma per tutto lo spogliatoio, da sempre unito non solo dalla maglia ma anche da una certa fratellanza.

Ma Michael Jordan è un uomo con un carattere fuori dal comune, che non permette a questi eventi di rompere il suo equilibrio emotivo. L’uomo riesce brillantemente a trasformare la sua rabbia in una carica esplosiva e dirompente in campo, ideale per dimostrare il suo inesauribile agonismo.

Non manca molto alla fine della puntata, giusto il tempo per presentare il nuovo “nemico numero 1” dei Bulls nel 1993: i New York Knicks.

I Knicks all’epoca rappresentavano quello che i Bulls erano stati contro i Detriot Pistons, una squadra in ascesa che voleva interrompere l’infinita serie di vittorie dei favoriti alla conquista del campionato NBA.

Inizia così una nuova ed emozionante tensione sportiva, che permetterà di vedere uno scontro in campo tra due giganti del basket, Michael Jordan e il fuoriclasse della squadra newyorkese Charles Barkley.

COMMENTO
Dopo aver conosciuto le vite e le personalità di Pippen e di Rodman, le nuove puntate di The Last Dance si concentrano soprattutto sulla figura del giocatore numero uno dei Chicago Bulls. La docu-serie Netflix stavolta vuole descrivere Jordan non solo come un invincibile giocatore, ma anche come un uomo naturalmente imperfetto che ha dovuto subire momenti in cui la sua reputazione rischiava di essere compromessa per illazioni il più delle volte false. Jordan oramai non è più solo un fuoriclasse ma anche un modello di vita. Un ruolo scomodo che, se non gestito bene, rischia di affossare l’eccezionale carriera del capitano dei Bulls. The Last Dance, durante questi nuovi appuntamenti, non rinuncia a mostrare tutta la profonda competitività di Jordan, che spesso si traduce in comportamenti esageratamente aggressivi, che lo rendono a tratti anche leggermente sbruffone. Caratteristiche comportamentali che raffigurano questo eroe della pallacanestro piacevolmente umano e, forse, anche un po’ meno distante da noi comuni esseri umani.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".