Gli uomini d’oro s’ispira ad un fatto di cronaca dai connotati curiosi, che coinvolge due impiegati postali. Siamo a Torino nel 1996. Il clima freddo non spegne la cocente frustrazione di  Luigi (Giampaolo Morelli), convinto di poter godere dei privilegi di una baby pensione che, in verità, non arriverà mai.

Senza figli e scapolo, Luigi sogna di poter passare le sue giornate in Costa Rica, dove mille lire valgono molto di più che in Italia e permettono di godersi la vita. Il suo lavoro consiste nel trasportare milioni di lire in diversi posti sicuri. Tutti quei soldi sotto i suoi occhi senza la possibilità di appropriarsene in alcun modo.

Ma se necessità fa virtù, la frustrazione e la voglia di diventare ricchi rendono invece un uomo pericoloso, proprio come succede a Luigi, che decide di organizzare una rapina assieme al suo collega Alvise (Fabio De Luigi).

UNA VITA GRIGIA, UN’ANIMA IN PENA

Luigi non è un uomo che vive di stenti. Il suo lavoro, sebbene non preveda un salario importante, gli permette di non avere troppi problemi, dividendo un appartamento con altri due amici, uno dei quali sarà una presenza fondamentale per poter attuare il colpo della sua vita.

Ma l’esistenza di Luigi proprio non riesce a essere serena. Il fastidioso trillo della sua sveglia ogni mattina scandisce l’inizio di un nuovo giorno, fatto di brontolii e lamentele con il suo collega Alvise.

Anche Alvise non se la passa meglio: i suoi problemi cardiaci sono la tipica rappresentazione di un uomo pieno di livore e rabbia, sentimenti  causati da una realtà in cui arrivare a fine mese è sempre un’impresa che prevede alcune rinunce.

Di lui dicono che è “tirchio”, perché tiene il telefono di casa con il lucchetto e apre le luci solo quando serve. Accuse forse troppo dure da rivolgere all’uomo. D’altronde ha una figlia e una moglie e le spese da sostenere sono sempre troppe e spesso inaspettate.

Due anime simili quelle di Luigi e Alvise, che si uniranno per architettare il furto di tutti quei soldi che per anni non hanno nemmeno potuto vedere, perché celati da sacchetti opportunamente sigillati. Niente armi, nessun morto. Il piano è pronto.

UN’ATMOSFERA ANSIOGENA

Gli uomini d’oro è una crime story che lascia il segno. La regia veloce  di Vincenzo Alfieri, arricchita da una colonna sonora vivace che riporta in mente le hit internazionali di fine anni ’90, riesce perfettamente ad intrattenere e, allo stesso tempo, instillare nello spettatore una grande suspense.

Una suspense di tipo diverso, che non trasmette paura, ma tutta l’ansia che i due protagonisti riescono a veicolare attraverso la loro recitazione. Giampaolo Morelli è perfetto nel ruolo di un uomo insoddisfatto, che ha volutamente rinunciato a creare una famiglia e che vive con due amici.

Il suo è un comportamento che non è consono ad un uomo della sua età, ma forse a quello di un ragazzo molto giovane, che vuole vivere pensando solo a godere dei piaceri della vita. Sogna la Costa Rica e mette al centro della sua vita solo sé stesso.

Fabio De Luigi, che ricordiamo spesso per i suoi ruoli comici, è molto abile ad apparire come un uomo che non sorride mai, pieno di una rabbia che non si palesa solamente attraverso le sue urla, ma si scaglia violentemente anche sul suo cuore, che già ha dovuto subire diversi bypass.

Due personaggi perfettamente incastonati nella società di quegli anni, dove l’arrivismo economico era ancora un concetto fortemente desiderato dagli italiani, intenti a rendersi ricchi con qualsiasi mezzo.

UNA BANDA IMPROVVISATA

Non saranno solo Luigi e Alvise a progettare il colpo. Sarebbe impossibile per loro gestire le complesse dinamiche solo in due. Oltre al migliore amico di Luigi, Luciano (Giuseppe Ragone), avranno bisogno anche di un ex pugile che gestisce un locale detto il Lupo (Edoardo Leo).

Quest’uomo, che sembra dotato di un carattere granitico, dovrà fare i conti con le sue debolezze, soprattutto confrontandosi con Gina (Mariella Garriga), una ragazza dalle sinuose curve che riesce a gestire più di ogni altro la sua coscienza.

Non sarà solo Gina ad essere un importante personaggio femminile all’interno del plot. Anche Luigi dovrà rinunciare alla sua relazione con Anna (Matilde Gioli), incontrata durante una sfrenata notte in discoteca.

L’ultimo personaggio che avrà, volente o nolente, un ruolo nella vicenda è quello interpretato da Gian Marco Tognazzi. Il suo mestiere è ufficialmente quello di un abile sarto. In verità l’uomo, ricco quanto mellifluo, è un sordido strozzino che ha rapporti con la delinquenza.

Anche Tognazzi è da premiare per la sua recitazione. L’usuraio è irritante da vedere con i suoi modi gentili e privi di qualsiasi afflato emotivo.  Il suo sguardo nasconde abilmente un cuore nero, privo di pietà e pronto a minacciare e uccidere per avere il proprio tornaconto. Ma senza sporcarsi le mani, perché impegnate a cucire abiti che costano milioni di lire.

COMMENTO
Come spesso accade, la realtà è la fonte principale per trarre spunto e raccontare al cinema storie incredibili. Rientra in questo caso il fatto di cronaca narrato in maniera esemplare ne Gli Uomini d’Oro, un film notevole per regia, recitazione e colonna sonora. La sceneggiatura e la regia riescono perfettamente a descrivere il tormentato carattere dei protagonisti, restituendo un quadro narrativo pregno di sentimenti negativi e desideri mai esauditi che diventano puntualmente violente frustrazioni. Il cielo plumbeo di Torino è la cornice perfetta per descrivere la vita di Luigi, Alvise e degli altri personaggi. Una vita fatta di aspirazioni distorte che danno importanza solo al denaro. Proprio quest’ultimo rappresenterà il motivo principale perché i protagonisti del film, immancabilmente, facciano i conti con tutte le loro mancanze emotive e sentimentali. Saranno le presenze femminili, come spesso accade, ad essere fondamentali per mettere a nudo le coscienze dei personaggi, nel bene e nel male. Gli Uomini d’Oro è una storia cinematografica riuscita ed emozionante, che riesce anche a fotografare perfettamente la tormentata epoca di fine anni ’90 in Italia.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".