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Esce nei cinema il 30 ottobre 2025 Cinque secondi, nuovo film di Paolo Virzì con protagonista Valerio Mastandrea nel ruolo drammatico di un padre che vive una dolorosa perdita per un banale incidente.
A volte bastano pochi secondi perché la vita di una persona cambi radicalmente. Lo sa bene Adriano Sereni (interpretato da Valerio Mastandrea), un uomo che a seguito di una disgrazia che ha distrutto il rapporto con la moglie ora vive solitario in una villa toscana chiamata Villa Guelfi.
Villa Guelfi rappresenta per Adriano uno spazio bucolico in cui vuole consumare stancamente le sue giornate, assorto nel suo irrefrenabile senso di colpa che divora la sua voglia di vivere a contatto con gli altri.
Una vita di clausura
La casa in cui dimora Adriano rispecchia il suo stato emotivo interiore: le mura sono grigie e i piatti sporchi non albergano solo nella cucina ma in diverse stanze.
La penombra in cui è immersa la villa non riesce a nascondere la noncuranza generale, contraddistinta da lavandini che gocciano creando l’unico suono che si ode in questo stabile in cui trionfa il silenzio.
Adriano non lascia che sia solo la sua casa a essere trascurata, ma sceglie lo stesso trattamento anche per sé stesso: il suo viso è coperto da una barba folta che è chiaramente un mezzo per nascondersi il più possibile agli occhi degli altri.
Adriano esce pochissimo di casa, e le provviste gli sono recapitate da qualcuno alcune volte al mese.
E pensare che quest’uomo una volta era un professionista di successo e molto facoltoso. È incredibile come la sofferenza riesca a plasmare la vita e a cancellare tutto quello che un uomo ha costruito con tanta fatica.

Un vocio si ode fuori dalla finestra
Un giorno Adriano sente alcune voci fuori dalla sua villa; incuriosito, esce e si accorge che un gruppo di studenti, neolaureati in agronomia, cerca di riportare in vita i vigneti abbandonati per trarne del buon vino.
Sebbene appaiano secchi e morenti, in verità queste vigne sono ancora in grado di dare frutti succosi.
Una ragazza in particolare attira l’attenzione di Adriano: si chiama Matilde (Galatea Bellugi) e ha un atteggiamento amichevole che però non riesce a nascondere completamente un passato di sofferenze, in cui ha dovuto lottare per non essere risucchiata da un male oscuro che avvolgeva gran parte della sua famiglia.
Matilde è una adolescente gentile ma che ha anche scatti di ira, quasi come fossero irrinunciabili strumenti per dichiarare al mondo il suo disagio.
Sebbene Adriano sia restio ad accogliere questo gruppo di giovani, giorno dopo giorno il suo rapporto con questi vivaci ragazzi diventerà più saldo e sarà il mezzo ideale perché possa ritrovare sé stesso.

La perdita e la possibilità di riscatto
La nuova pellicola di Paolo Virzì può essere divisa in due parti ben distinte: quella in cui si racconta il rapporto che Adriano instaura con questo curioso gruppo di ragazzi, composto da giovani libertini che non accettano le ingiustizie e le imposizioni culturali, e la parte in cui si narra il suo logoro e doloroso rapporto con l’ex moglie.
Dopo la visione ho notato come la messa in scena di Adriano che lotta con il suo senso di colpa e l’ineffabile giudizio di sua moglie sia contraddistinta da una lucidità concettuale che riesce perfettamente a cogliere il senso di drammaticità.
Valerio Mastandrea, sebbene si conceda poche e aggraziate battute ironiche, offre una convincente interpretazione di un uomo che ha causato un’incredibile tragedia a causa di un’assurda disattenzione.

Il viso di Mastandrea è una maschera consumata da un forte disappunto; il suo personaggio trova conforto solamente nella strenua convinzione della sua colpevolezza e nell’idea che debba pagare per il male che ha causato.
Adriano è un uomo che non coglie più i colori della vita e che ha una patina grigia davanti agli occhi, che nemmeno la sua affettuosa amica e collega Giuliana (Valeria Bruni Tedeschi) riesce a togliere.
Se Adriano e la sua vita sono sceneggiati attraverso un efficace realismo che coglie perfettamente il senso di sciagura, la narrazione cinematografica quando entra in scena Matilde perde valenza emotiva, dal momento che la storia che coinvolge Matilde e Adriano non viene approfondita e lascia spazio a vuoti narrativi che avrebbero potuto arricchire ulteriormente il profilo caratteriale di Adriano.
Quello che ne consegue è una pellicola che svela una sorta di doppia identità narrativa, una ancorata a un lucido realismo che riesce a delineare con successo il dramma di Adriano, l’altra che tenta di “addolcire” la patina drammatica dell’opera di Virzì attraverso la comparsa di Matilde.
Questo personaggio femminile, carico di sottotrame che avrebbero delineato la sua complessa personalità, purtroppo viene in qualche modo tralasciato per dare spazio alla vita privata di Adriano, lasciando innegabilmente alcuni eventi che coinvolgono Matilde e i suoi compagni privi di un reale compimento.
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