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Esce nei cinema il 23 aprile 2026 The Long Walk, film dalle tinte horror diretto da Francis Lawrence ispirato a uno dei primi (e più inquietanti) romanzi di Stephen King.
Era il lontano 1985 quando uscì in Italia La lunga marcia (The Long Walk il titolo originale), romanzo scritto da un certo Richard Bachman, che non era altro che lo pseudonimo (dotato anche di una bizzarra biografia completamente inventata) del sommo re dell’orrore Stephen King.
La particolarità de La lunga marcia era la sua trama tanto semplice quanto coinvolgente: in una realtà alternativa fortemente distopica, l’America era un paese in cui una volta all’anno si organizzava una particolare gara: un gruppo di partecipanti dovevano marciare mantenendo un ritmo continuo, senza possibilità di fermarsi.
Chi decide di rallentare o fermarsi, ottiene una penalizzazione. Una volta collezionate tre penalizzazioni, si è ufficialmente fuori dalla gara.
Il vincente era l’ultimo rimasto in competizione, che avrà a disposizione ricchezze inenarrabili e la possibilità di esaudire un suo desiderio personale.
Una gara costellata di morti
Detta così, la trama de La lunga marcia potrebbe sembrare avvincente ma per niente attinente al genere horror di cui si occupa il grande King.
Ma non è proprio così, perché ancora prima che Squid Game invadesse il mercato dello streaming casalingo, La lunga marcia avrebbe dato il via a un’idea narrativa potente e impressionante, che coinvolge tutti coloro che sono ufficialmente fuori da questa gara così atipica.
Si parlava di tre ammonizioni, che una volta accumulate decretavano ufficialmente la fine della competizione. Ma c’è dell’altro, perché i marciatori in questione sono costantemente seguiti da soldati ben armati pronti a puntare le loro armi contro di loro, appena la stanchezza di un partecipante sovrasta la volontà di andare avanti.
E in che modo? Nel modo più sanguinoso, vile e violento possibile, ovvero sparandogli per ucciderli. Questo rende la marcia del romanzo di Stephen King una costante camminata per cercare di sviare l’occhio vigile della morte, incarnata in un uomo privo di pietà che veste una mimetica di colore verde.

Raymond e Peter, due esseri umani in un mondo alienante
In The Long Walk la figura centrale, proprio come nel romanzo, è quella di Raymond Garraty (interpretato da Cooper Hoffman), giovane intento a partecipare a questa marcia per ottenere l’ambito premio.
Le prime scene mostrano come Raymond condivida un grande affetto per la madre, una donna che cerca con tutti i mezzi di far cambiare idea al proprio figlio.
La sceneggiatura della pellicola di Francis Lawrence sceglie di non rivelare subito le atroci regole di questa competizione: Raymond appare sereno nella sua decisione e confida nella vittoria.
Una scelta narrativa che costruisce il pathos in modo graduale e senza alcuna fretta, come dimostrano le scene successive, che vedono il protagonista di The Long Walk incontrare gli altri partecipanti e conversare con loro in modo bonario e con piglio prettamente amichevole.
Tra di loro spicca Peter McVries (David Jonsson), ragazzo di colore che subito sente un certo feeling con Raymond. I due si scambiano allegre battute, che rappresentano il modo migliore per costruire una solida amicizia.
È curioso notare come i primi minuti di The Long Walk trasmettano quasi un mood rassicurante, vedendo questo gruppo di giovani ragazzi condividere i loro dubbi sull’esito di questa singolare esperienza che stanno per affrontare.
Ma non è un’impressione errata, perché la storia di The Long Walk non è basata tanto sulla violenza oppure sulla mera spettacolarizzazione di quest’ultima, quanto sul concetto di amicizia e fratellanza, due sentimenti dall’incredibile potenza.

Spunta un’ombra sul ciglio della strada
Quando entra in scena Mark Hamill, la pellicola cambia subito registro: l’indimenticabile Jedi della saga di Star Wars interpreta il Maggiore, l’autorità militare che supervisiona la marcia e che incarna il simbolo del potere e della disciplina assoluta.
Costui è un uomo dall’animo refrattario ai sentimenti: il Maggiore è un individuo che risponde solo ai dettami dell’autorità militare, che nella realtà fantasiosa del romanzo e dell’opera di Francis Lawrence impongono uno stile di vita che aborre l’arte e che limita fortemente la libertà personale.
Scende un’ombra sulla scena e il sorriso di Raymond e Peter si trasforma in malcelata paura. Inizia così questa lunga marcia, un concentrato di terrore e tensione agonistica che costringe questi atleti a cercare di sfruttare tutta la loro volontà per non soccombere sul ciglio di una strada a causa di un proiettile che lacera i loro cervelli.

Uno stile cinematografico che premia l’immersività
The Long Walk rinuncia a qualsiasi orpello registico dedito a una rappresentazione isterica della scena, facile scorciatoia per instillare emozioni allo spettatore. Tutto questo non succede, perché sarebbe fuori luogo in una storia come quella di The Long Walk.
Il ritmo è lento, cadenzato, e i numerosi piani sequenza che riprendono i ragazzi intenti a marciare riescono a rendere perfettamente partecipe lo spettatore, che si sente in qualche modo presente sulla strada insieme a loro.
Prima che compaia la prima vittima, tutto sembra essere raffigurato come una scampagnata (quasi) piacevole, in cui Raymond e Peter fanno di tutto per unire le loro anime che sembrano perfettamente compatibili.
Ma non sono solo loro a essere uniti nel segno di un’amicizia destinata a finire tra pochi giorni, perché The Long Walk traccia con competenza narrativa anche le personalità di altri soggetti come l’atletico Stebbins (Garrett Wareing), il vulnerabile Pearson (Roman Griffin Davis) e il divertente e sicuro di sé Hank Olsen (Ben Wang).
In tutto questo caleidoscopio di personalità differenti unite nella voglia di fare gruppo e di sostenersi a vicenda, c’è anche spazio per un elemento distruttivo di nome Barkovitch (Charlie Plummer), figura aggressiva e provocatoria, spesso in conflitto con gli altri partecipanti.
Tutti loro sono presenti in scena per diffondere ed esasperare il concetto di cameratismo, un cameratismo destinato a spegnersi presto in un lago di sangue.
In poche ore Raymond e Peter diventano amici per la pelle e si lanciano in confessioni personali, utili affinché ognuno di loro possa trasmettere parte di sé al prossimo nel caso dovesse terminare da un momento all’altro questa mortale e iniqua gara.
Con questo approccio narrativo, The Long Walk non cerca di intrattenere in modo tradizionale. È lento e propone scene verbose e ripetitive per una precisa scelta, indispensabile per costruire una tensione che potenzialmente può essere sprigionata da un momento all’altro quando si scorge una vittima alle spalle dei due protagonisti, inermi di fronte a tanta violenza e costretti a non fermarsi mai, anche al cospetto di un amico che sta per essere ucciso.




































