Quando lessi le prime notizie riguardo alla prossima uscita  della docu-serie Netflix The Last Dance, che racconta della nascita del campione Michael Jordan e  degli anni in cui la squadra di pallacanestro Chicago Bulls conquistò sei titoli NBA, ero entusiasta ma pieno di dubbi in merito.

Il comunicato stampa recitava chiaramente che il documentario era stato girato sfruttando materiale inedito girato  durante l’autunno del 1997, quando una troupe cinematografica della NBA Entertainment ha avuto il benestare da Michael Jordan, il proprietario dei Bulls Jerry Reinsdorf e il coach Phil Jackson per far entrare la propria telecamera in momenti anche intimi, compresi quelli nello spogliatoio.

Pensavo erroneamente di trovarmi di fronte al solito rotocalco video fatto di tante scene girate dentro uno spogliatoio caotico, in cui gli atleti non fanno altro che atteggiarsi in comportamenti spesso puerili e tendenti a idolatrare il loro smisurato ego.

Niente di più sbagliato, perché The Last Dance è un prodotto eccellente, che sfrutta solo in minima parte le immagini inedite che riprendono gli atleti in momenti diversi da quelli in campo, ma è fatto soprattutto di uno smisurato e ineccepibile racconto di un incredibile atleta, Michael Jordan, e di una eccezionale squadra.

ALLA CONQUISTA DEL SESTO TITOLO

Conquistare sei titoli NBA non è certo cosa da tutti: solo i più grandi sono riusciti nell’impresa, e lo stesso voleva fare Michael Jordan con la sua nuova squadra Chicago Bulls.

Nelle prime due puntate di The Last Dance abbiamo conosciuto la nascita dell’atleta Jordan, i suoi anni di college e  il suo debutto come rookie (una sorta di termine per indicare un giocatore matricola) nella squadra dei Bulls.

La missione di Michael Jordan è quella di permettere al team di rinascere: prima del suo arrivo a Chicago la squadra ufficiale di basket era seguita molto poco, e le sue performance nel campionato incredibilmente mediocri.

Jordan fu il primo tassello di una vera e propria ricomposizione dell’organico, con al timone  il dirigente sportivo Richard  Krause, che riuscì nell’impresa di creare una squadra perfettamente coesa, soprattutto quando arrivarono Scottie Pippen e Dennis Rodman, rispettivamente nel ruolo di ala e difensore.

Il dream team poi fu completo con l’arrivo, nel 1989, del nuovo coach, quel Phil Jackson che inculcò in tutti  i giocatori il prezioso concetto di gioco di squadra, che rese il team più unito e soprattutto non più dipendente solo dalle incredibili attitudini cestistiche di Jordan. Fu proprio grazie a lui che la squadra conquistò sei titoli NBA, il primo nel 1991 e l’ultimo nel 1998.

SCOTTIE PIPPEN, IL MIGLIOR COMPAGNO DI JORDAN

Nella terza puntata di The Last Dance vengono puntati i riflettori sull’importante figura di Scottie Pippen.  Pippen ha alle spalle un passato fatto di una famiglia con altri undici fratelli e una situazione economica molto povera.

Grazie al basket e alla sua incredibile volontà riuscirà a farsi strada nel professionismo della lega NBA, e poter così badare economicamente anche alla sua numerosa famiglia.

Una figura decisiva quella di Pippen nella carriera di Jordan, perché senza di lui tutte le performance atletiche del campione di basket tendono ad offuscarsi. E’ proprio Scottie che spesso lancia il compagno al canestro, e orchestra così innumerevoli azioni tese a far segnare Jordan.

Scopriremo durante la visione di questa puntata che la figura di Pippen è tutt’altro che secondaria: sebbene sia, a conti fatti, il secondo giocatore più forte nei Bulls dopo l’onnipresente Jordan, senza di lui la squadra perderebbe un tassello fondamentale, come poi ce ne accorgeremo durante una sua forzata assenza che metterà in seri guai tutta la squadra.

DENNIS RODMAN, L’UOMO PIU’ CONTROVERSO DELLA SQUADRA

Il quarto episodio narra della figura di Dennis Rodman, il giocatore di basket più particolare che l’NBA abbia mai avuto.

Ribelle, anticonformista ma anche leale e volitivo: Rodman è questo e molto altro. Il documentario svelerà il passato dell’uomo, con il consueto montaggio che fa uso di flashback che mostrano gli anni antecedenti alla carriera professionistica.

Dennis Rodman non ha avuto una vita così facile, ed è stato costretto a vivere per due anni per strada. In casa non voleva lavorare, e la madre gli intimò di andarsene. Ma questo periodo di forzato vagabondaggio servì a Rodman per creare una sua dimensione caratteriale, e a far esplodere una personalità sui generis e incredibilmente affascinante.

Dennis Rodman è un grande difensore, e nei Bulls ricopre un ruolo estremamente importante. Il giocatore ha la grande capacità di recuperare palle che un attimo prima sembravano uscire dal campo.

Sebbene il colore dei suoi capelli, che cambiano spesso e sono caratterizzati da cromatismi particolari, nei primi anni ’90 potessero far credere che fosse un uomo di cui non ci si poteva fidare, Dennis Rodman invece era un compagno favoloso, che doveva essere accettato per quello che era: un leone che sapeva ruggire e graffiare in campo, ma che anelava momenti in cui aveva la necessità di restare con sé stesso, godendo anche di alcuni eccessi per apprezzare ogni sfumatura della sua vita.

Un carattere che capì perfettamente il saggio coach Jackson, che imbastì con lui una solida amicizia, sorretta non solo dalla squadra dei Bulls ma anche da alcuni interessi in comune.

Dove vedere The Last Dance
COMMENTO
Un affresco brillante, coinvolgente ed estremamente interessante, non solo per coloro che amano il basket e hanno seguito durante gli anni ’90 le incredibili peripezie dei Chicago Bulls. Questo è The Last Dance, che con la puntata numero tre e quattro continua ad attanagliare l’attenzione dello spettatore, che difficilmente si distrarrà prima di aver finito le due puntate che Netflix mette a disposizione ogni settimana. The Last Dance è una visione assolutamente consigliata non solo per la sua regia tesa e che incuriosisce a continuare a vedere il resto di una vera e propria affascinante epopea cestistica, ma anche e soprattutto perché racconta di atleti che hanno una personalità così magnetica che potrebbe essere descritta perfettamente all’interno di un vincente plot hollywoodiano. Il trio composto da Jordan, Pippen e Rodman è fatto di uomini che in campo si completano l’uno con l’altro, con alle spalle un allenatore che pensa fuori dalle righe e ha come obbiettivo quello di rendere uniti e coesi tutti i loro giocatori, per eliminare l’idea errata che avevano i suoi predecessori, quella che imbastiva tutte le tattiche di gioco contando solo sul grande Jordan. Con Phil Jackson tutta la squadra dei Bulls è potenzialmente composta da giocatori di talento, e l’individualismo è bandito in nome del gioco di squadra. Una mentalità che sappiamo bene ha portato Chicago Bulls nella Hall of Fame della storia dell’NBA.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".