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Esce il 17 settembre 2026 nei cinema Resident Evil, nuovo capitolo della saga ispirata all’amato videogioco survival horror creato da Capcom, di cui abbiamo già visto in anteprima i primi venti minuti. Alla regia un nome d’eccezione: Zach Cregger.
Sono stati numerosi i film ispirati alla celebre saga videoludica Resident Evil, molti dei quali hanno scelto deliberatamente un taglio prettamente action, abbandonando così le atmosfere cupe e ansiogene tipiche dei videogiochi Capcom. Il nuovo film diretto da Cregger sceglie invece la via del reboot, con una storia inedita, un nuovo protagonista e un approccio narrativo quantomeno singolare.
Un pacco diretto alla città dei morti
Il protagonista di Resident Evil è Bryan, interpretato da Austin Abrams, un corriere medico intento a consegnare un pacco in un ospedale.
L’inizio del film mostra proprio Bryan che si aggira tra i corridoi della struttura, cercando invano il destinatario di quella importante consegna, che non contiene un oggetto qualsiasi, ma prezioso materiale biologico, potenzialmente salvavita per un paziente.
La cinepresa segue con movimenti rapidi gli spostamenti del corriere e ne approfitta per mostrare le stanze in cui si introduce, occupate da persone con ferite gravi, ricoperte di sangue finto che incornicia i loro volti: scene che incutono una certa ansia, proprio perché potrebbero essere assolutamente reali.
Dopo essere riuscito, in qualche modo, a risolvere la sua incombenza lavorativa, un dottore propone a Bryan una nuova spedizione, molto più importante. Fuori è buio e il tempo non promette nulla di buono, ma il giovane non può rifiutare: la paga è doppia.
La destinazione è una cittadina di nome Racoon City, un nome fin troppo familiare per tutti gli estimatori del videogioco Capcom.

Cinema e videogioco: una crasi firmata da Zach Cregger
Sono anni che il cinema cerca di trasformare in successi videoludici trasposizioni fedeli, ricreando storia e personaggi su schermo e adattandoli a una narrazione cinematografica.
Le emozioni che gli appassionati vivono impersonando il proprio eroe preferito, tuttavia, non sono riproducibili in un lungometraggio, poiché il film è un medium da godere in modo passivo, cosa ben diversa rispetto all’esperienza videoludica.
Cregger ha scelto un’operazione diversa: ricreare situazioni tipiche del videogioco all’interno di un film, mantenendo però una struttura narrativa fedele al linguaggio cinematografico.
Sebbene i primi venti minuti appaiano come un canonico (e ironico) horror movie girato in modo lodevole, il resto dell’opera trasforma in parte l’esperienza, mettendo in scena tutte quelle idiosincrasie e azioni, volontarie o meno, che ogni videogiocatore ha compiuto giocando a un qualsiasi capitolo moderno della saga.
È difficile spiegare questa struttura narrativa senza incorrere in pericolosi spoiler, ma basti sapere che nel film compariranno non solo oggetti ispirati al mondo survival horror di Capcom, ma anche vere e proprie barriere architettoniche, di quelle che si incontrano abitualmente in un videogame tridimensionale.
Questa scelta rivela la volontà di Cregger di dedicare il film agli estimatori della saga, impreziosendo la pellicola con riferimenti metatestuali mai visti prima in un adattamento cinematografico da videogioco.
Non compariranno dunque i soliti easter egg legati al franchise Capcom, ma vere e proprie azioni che il protagonista compirà proprio come se fossimo noi a impugnare il joypad e a comandarlo su schermo.

Un uomo normale in una spirale di orrore soprannaturale
Sebbene classificabile come horror, Resident Evil è una produzione che abbonda di ironia, un’ironia che investe Bryan quando affronta esperienze terribili non con urla e pianti a profusione, ma elargendo parolacce e imprecazioni, proprio come farebbe Ash Williams, protagonista della saga Evil Dead (La casa, in Italia), se si trovasse in condizioni simili.
Bryan è perlopiù impacciato e si trova in un momento delicato della propria vita, in cui la relazione con la fidanzata potrebbe prendere una piega mai immaginata prima.
Il personaggio incarna il classico protagonista che non prende nulla troppo sul serio, capace di strappare più di un sorriso mentre tenta di liberarsi dalle grinfie di uno zombie desideroso di un abbraccio mortale fin troppo affettuoso.
Probabilmente il personaggio interpretato da Abrams si ispira a Ethan Winters, protagonista del settimo capitolo videoludico, anch’egli un normale civile costretto, suo malgrado, a fronteggiare minacce spaventose per sopravvivere.

Scenografie spaventose
Sul fronte scenografico, il film di Cregger non attinge dai capitoli videoludici più datati.
Lo scenario innevato della prima parte, in cui Bryan si muove spesso attraverso una visuale in soggettiva, richiama chiaramente Resident Evil Village, ottavo capitolo uscito nel 2021.
Ma non sono solo i titoli in soggettiva ad aver ispirato gli ambienti: quando Bryan raggiunge un luogo abitato, sono riconoscibili scenografie tipiche di Resident Evil 4, uno dei capitoli in terza persona più amati dai fan.
Ciò che emerge con chiarezza, dopo la visione, è la scelta di Cregger di non inserire mastodontiche magioni come teatro delle disavventure di Bryan, prediligendo invece luoghi aperti o di stampo prettamente rurale.

Le creature mostruose
Passando al discorso mostruosità, va detto che non tutte le creature del film risultano identiche a quelle apparse nei videogiochi, zombie compresi.
Le presenze mostruose non sono nemmeno così abbondanti, perché Cregger ha preferito inserirle in contesti dove non avessero soltanto valenza spettacolare, ma fungessero anche da strumento narrativo.
Alcune creature, oltre ad apparire spaventose e disturbanti, risultano fondamentali affinché Bryan possa sfruttarne le letali particolarità per uscire da situazioni drammatiche: un altro collegamento diretto al mondo videoludico, dove molti enigmi si risolvono grazie a personaggi non giocanti o a determinati oggetti di scena.

Non è Weapons
Va detto con chiarezza: Resident Evil è un horror pensato soprattutto per chi ama la saga videoludica e, ancora prima, i videogiochi in generale.
Chi vedrà il film senza conoscere il franchise e le sue dinamiche assisterà comunque a un horror di 95 minuti dal ritmo ottimo, capace di intrattenere e divertire grazie a effetti gore funzionali alla narrazione e a diverse scene inaspettate e spettacolari.
Il film non possiede la straripante originalità narrativa di Barbarian, né il perfetto equilibrio tra ironia e dramma raggiunto in Weapons: è piuttosto un progetto a tratti originale, che tenta di trasferire su schermo le caratteristiche tipiche del medium videoludico.
Con questa impostazione, l’appassionato di videogame si troverà immerso in uno spettacolo che spesso ricorderà un videogioco dalla grafica iperrealistica, un’operazione metatestuale capace di generare autentico compiacimento e di raddoppiare il divertimento durante la visione.



































