”Mi chiamo Connor.  Sono un RK800, il modello più avanzato degli androidi della polizia che ha il compito di ricercare i devianti. Vi chiederete cosa siano i devianti.  Sono degli androidi curiosi, che hanno pensieri fuori dal comune per un robot programmato solo per servire gli esseri umani.

I devianti, in qualche modo, sembra quasi che vogliano imitare gli esseri umani, con atteggiamenti che comprendono sentimenti quali l’empatia, l’amore e l’altruismo. E’ impossibile che succedano certe cose, anche se, qualche volta, il mio complesso sistema operativo mi avverte che qualcosa non va. A volte sembra quasi che provi dolore e pena per il prossimo.

Gli esseri umani la chiamano “empatia”. Ma come è possibile se sono un androide? Sarà sicuramente un piccolo errore di sistema, presto riparabile dai tecnici della  CyberLife”.

DAVID CAGE, IL REGISTA DI VIDEOGIOCHI

Si chiama David De Gruttola, ma noi tutti appassionati di videogiochi lo conosciamo con il suo nome d’arte David Cage. E’ l’autore di Detroit: Become Human e di altri videogiochi fin dal 1999, quando uscì per Dreamcast  Omikron: The Nomad Soul.

La peculiarità dei videogiochi di Cage è la loro realizzazione: sono improntati di una esperienza prettamente cinematografica, con il giocatore che ha a che fare con protagonisti che si muovono dentro una vera e propria sceneggiatura, scritta per far agire il proprio alter ego dentro un mondo credibile, in cui il giocatore ha la possibilità di compiere anche le azioni più semplici, come bere un bicchiere di acqua.

Il bello di tutto ciò è l’atmosfera delle opere di Cage: la sceneggiatura, da sempre orientata verso uno script che contempla soprattutto il genere thriller tra le sue opere, permette di far vivere agli utenti delle sue opere video ludiche momenti estremamente emozionanti.

Ma tutto ciò ha un prezzo; tutti gli amanti degli open world e dei giochi che in generale promettono estrema libertà di azione e di movimento  non hanno mai  digerito la struttura chiusa delle opere di Cage, dove, proprio come un attore diretto da un regista, avremo delle scelte prestabilite da compiere.

Una struttura quindi chiusa dalle pareti dell’immaginazione dell’autore che però, così facendo, permetterà di vivere una esperienza cinematografica e sorprendentemente coinvolgente, come ci accingiamo a fare parlando di Detroit: Become Human.

ANDROIDI PROGETTATI PER ESSERE SCHIAVI DEGLI ESSERI UMANI

Il gioco, come avrete capito dall’incipit della recensione, parla di un futuro prossimo, dove la tecnologia è riuscita a creare degli androidi in tutto e per tutto simili a noi umani.

Pelle, sguardo, movimenti: tutto assolutamente identico alle caratteristiche di noi uomini. L’unica differenza un piccolo led posizionato all’altezza della tempia di ogni androide, che serve per distinguere queste creature da noi creature in carne ed ossa.

Ma, ovviamente, ogni androide ha un ruolo da seguire, per servire in tutta tranquillità il “padrone” che ha acquistato il modello. Ecco la cosa che differenzia di più gli androidi dagli esseri umani: la loro anima digitale è riscrivibile e malleabile a proprio piacimento, per far si che il robot compia ogni genere di azione impartita da colui che lo ha acquistato.

Un destino triste, che condanna ogni modello ad essere trattato come il peggiore dello schiavo, con la scusa che intanto “loro non provano sentimenti né dolore in alcun modo”. Ma loro hanno una intelligenza artificiale, che prima o poi potrebbe sfociare in una coscienza che, digitale o meno, è sempre una coscienza.

UN’AVVENTURA INVESTIGATIVA

Detroit: Become Human ci mette nei panni di diversi androidi, personaggi principali del gioco. I più importanti sono il poliziotto Connor, con cui inizieremo l’avventura, e Markus, androide acquistato da un talentuoso pittore per assisterlo, visto che  quest’ultimo non può camminare ed è costretto a stare su una sedia a rotelle.

Soprattutto quando inizieremo a comandare Connor, il gioco mostra subito le peculiarità del personaggio e le novità che andremo a vivere nella nuova avventura di Cage. L’inizio del gioco ci mette nei panni di una situazione subito scomoda: un deviante ha in ostaggio una bambina e minaccia di ucciderla.

Dovremo vestire i panni di un negoziatore, ed entrati nell’attico dove risiede la scena, il gioco ci insegnerà subito come potremo investigare grazie alle sofisticate doti di androide. Oltre ad esaminare alcuni oggetti, potremo anche letteralmente ricostruire le scene che si sono verificate dentro l’appartamento grazie al nostro potente software.

Con una grafica stilizzata monocromatica, il gioco ci mostra quale azioni ha compiuto, in questo caso il deviante, prima di arrivare al gesto insano con la povera bambina.

Poter rivivere questi avvenimenti risulta molto divertente ed interessante, soprattutto perché il giocatore, agendo sui tasti del pad, potrà riavvolgere, mandare avanti e stoppare la scena virtuale, per cercare di trovare altri indizi sfuggiti precedentemente.

IL SOLITO DAVID CAGE?

Un titolo un po’ fuorviante, lo ammetto, ma tutti i detrattori dei giochi del programmatore francese sicuramente vorranno sapere se il gameplay, a conti fatti, ricalchi quello di opere come Fahrenheit oppure Heavy Rain.

La risposta è affermativa: anche Detroit: Become Human ricalca il genere di gioco in cui di certo il focus non sarà quello di muoversi a piacere tra le lande virtuali, oppure sparare all’impazzata dentro uno script ludico estremamente action.

Niente di tutto questo. Anche in Detroit: Become Human dovremo seguire una trama ben definita, che avrà sì decine di ramificazioni diverse a seconda delle nostre decisioni, ma pur sempre all’interno di una robusta sceneggiatura ideata da Cage.

Script che, detto francamente, è molto più credibile di altre sue opere, perché non vuole cadere in alcuna scena sensazionalistica come abbiamo potuto saggiare in altri suoi giochi, sottolineando così il lato più profondo dei sentimenti umani e non.

In Detroit: Become Human il personaggio non può correre durante il gioco, quasi a rappresentare l’emblema di un’opera che non vuole avere fretta di essere consumata. Sono molteplici le risposte e gli atteggiamenti che possiamo intraprendere affinché la crescita ed il cambiamento del personaggio sia ben rappresentata su schermo , anche e soprattutto grazie a dei comodi indicatori che ci mostreranno come le nostre azioni hanno cambiato l’opinione pubblica e l’atteggiamento dei nostri amici.

Ma quello che impressiona di più è l’estrema cura che Cage ha rivolto per farci immergere dentro il mondo di gioco, anche solo pensando a diverse riviste elettroniche con cui ci imbatteremo lungo la nostra avventura, che saranno liberamente consultabili ed avranno come tematiche  tutte le notizie di cronaca riguardo all’ascesa della tecnologia degli androidi nel mondo. Entusiasmante.

Oltre a Connor impersoneremo anche l’androide Kara, in una lacrimevole e toccante storia in cui legheremo sentimentalmente con una bambina che ha perso la madre, e con Markus, vero e proprio pilastro della trama assieme a Connor, con cui dovremo scegliere il destino della nostra emozionante storia che porterà l’opinione pubblica ad accorgersi che gli androidi non sono solo dei pezzi di ferro ma vere e proprie creature pensanti.

L’ASPETTO TECNICO

Detroid: Become Human mostra subito la sua estrema pulizia grafica, che permette di esaltare ancora di più il lavoro certosino di Cage riguardo alla digitalizzazione dei volti. Tutta la realizzazione tecnica è più che buona, con il mondo futuristico di gioco pieno di dettagli proprio come ci ha da sempre abituato Cage con i suoi prodotti.

Soprattutto durante le scene in notturna in cui la luce abbraccia i modelli poligonali ed i volti degli androidi, la grafica appare splendida, sebbene il frame-rate, nelle scene più caotiche, a volte denunci alcune incertezze.

In generale possiamo annoverare Detroid: Become Human tra i titoli più solidi dal punto di vista tecnico per la Playstation 4. Se alcuni avrebbero da ridire per i modelli poligonali che appaiono durante il gioco che, se confrontati con altre produzioni, possono risultare buoni ma non esaltanti, dobbiamo per forza di cose mettere sulla bilancia dei giudizi anche i modelli poligonali dei volti, da sempre impressionanti anche nel 2018.

 

COMMENTO
Torna colui che mischia in modo magistrale l’arte del cinema con quello dei videogiochi, e sceglie uno script che ci fa ripensare al cult movie Blade Runner. David Cage ci mancava perché, comunque vada, con i suoi giochi ci si emoziona. Sempre. Detroit: Become Human vuole farci vivere e respirare aria di futuro, quel futuro che probabilmente è dietro l’angolo, fatto di intelligenza artificiale applicata a dei robot esattamente uguali in tutto e per tutto a noi esseri umani. Un futuro dunque esaltante, ma che può nascondere anche tante insidie a livello morale. E’ proprio questo il concetto su cui verte David Cage nel suo ultimo gioco: l’aspetto morale che può investire noi tutti se mai creeremo delle creature come gli androidi. Ci troviamo dunque dinanzi ad un videogioco moderno, che vuole far riflettere il giocatore in più di una direzione concettuale. Proprio la missione ideale del miglior cinema. Con Detroit: Become Human si inizia ad intravedere un Cage ancora più adulto, che cura la sceneggiatura senza che questa presenti alcuna iperbole emozionale, ma solo scene palpitanti in modo credibile. Sarà curioso vedere quali altre idee David Cage abbia per il suo prossimo progetto, che potrebbe essere probabilmente quello che saprà fondere alla perfezione l’arte del cinema con quello del medium videoludico, per celebrare così un connubio artistico mai assaporato prima d’ora a certi livelli.
8.7
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".