Life

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“Life” narra dell’inizio della carriera del giovane fotografo della rivista “Life” Dennis Stock .

Stanco di usare la sua macchina fotografica per immortalare sempre le solite star consumandosi le scarpe sopra i tappeti rossi delle anteprime e festival dei film, Dennis capisce che la sua carriera potrebbe essere stravolta in positivo quando incontra un ragazzo di nome James Dean.

Ecco che inizia un vero e proprio corteggiamento del fotografo verso Dean, affinché quest’ultimo possa concedergli alcune foto da presentare alla redazione.

Ma James non è un tipo qualunque, interessato solo alla fama ed ai soldi, ma nasconde dentro di sé quel disagio giovanile degli anni ’40 che sboccerà poi anni dopo in diverse rivoluzioni giovanili.

“Life” racconta una storia vera, ed è interessante come metta al centro della narrazione più che l’astro nascente Dean questo giornalista dedito a rapire gli attimi delle celebrità con le sue foto.

Dennis ha un figlio, che è nato quando lui e la sua ex moglie erano troppo giovani. Una famiglia quindi mai sbocciata, che pesa sull’animo del ragazzo.

Anche la sua carriera non trova un trampolino di lancio, finché non riesce a capire, con la sua enorme arguzia, che James Dean è un personaggio che diventerà una vera e propria icona giovanile e non.

Il film scorre lento nella sue scene. Proprio come il tono di voce di James Dean, lento e biascicato come a punteggiare la sua inconscia sofferenza per la società e la vita in generale, la narrazione procede a ritmi soffocati, a volte rianimati dalle piacevoli note di musica jazz,  genere musicale che sfociò negli anni ’40.

Purtroppo però la lentezza delle scene, che di per sé non dovrebbe rappresentare un difetto in un film, non è vitalizzata dai contenuti della sceneggiatura, e non riesce a cogliere il senso di quei tempi e dei due importanti personaggi chiave del film.

Il susseguirsi delle scene risulta essere pedante, ed anche la buona resa interpretativa di Dane DeHaan, che interpreta il giovane ribelle Dean, risulta crollare miseramente sotto il suo phisique du role che non è adatto ad “ingannare” lo spettatore facendogli credere che James Dean per meno di due ore è ancora vivo su schermo.

L’interprete di “Gioventù bruciata” ha un aspetto esteriore troppo particolare. Il suo sguardo è inarrivabile, ma soprattutto il suo viso, così squadrato e praticamente inimitabile.

Non me ne voglia il simpatico Dane, ma prima dei pensieri, della bravura attoriale e della filosofia del “cogli l’attimo” di James Dean arriva il suo viso ed il suo look.

Imitarlo esteticamente è quindi una impresa titanica che l’attore non riesce a portare a termine.

Patterson ci regala una interpretazione appena sufficiente, con il suo viso che raramente riesce a veicolare forte emozioni.

Degna di nota la scenografia, con gli immensi palazzi di New York e le fattorie dell’Indiana che si stagliano sullo schermo con una prospettiva decisamente ipnotizzante.

COMMENTO
Il film scorre lento nella sue scene. Proprio come il tono di voce di James Dean, lento e biascicato come a punteggiare la sua inconscia sofferenza per la società e la vita in generale, la narrazione procede a ritmi soffocati, a volte rianimati dalle piacevoli note di musica jazz,  genere musicale che sfociò negli anni ’40. Purtroppo però la lentezza delle scene, che di per sé non dovrebbe rappresentare un difetto in un film, non è vitalizzata dai contenuti della sceneggiatura, e non riesce a cogliere il senso di quei tempi e dei due importanti personaggi chiave del film.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".