Blair Witch

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Mockumentary. Una parola inglese che fonde due termini per indicare un falso documentario, inventato ad hoc per differenti scopi.

Nel 1999 questa buffa parola divenne famosa grazie ad un piccolo, grande, film horror che irruppe nelle sale cinematografiche con un originale battage pubblicitario che fingeva che in una foresta fosse stato ritrovato un filmato di alcuni ragazzi scomparsi.

Si trattava del cult The Blair Witch Project (La strega di Blair in Italia),  film che presentava una regia in soggettiva, fatta con una telecamera a mano come se fosse una ripresa amatoriale.

Blair Witch è il sequel diretto di questo film. La semplice sceneggiatura ha come protagonista James Donahue, fratello di Heather, una delle ragazze scomparse nel mistero consumato diciassette anni prima nella foresta maledetta di Black Hills.

Costui, dopo aver visionato in rete un filmato che poteva dare indizi su Heather, decide di partire con alcuni amici per cercare di ottenere notizie significative sulla sorella.

Ed è così che alcuni ragazzi compiono una tetra gita in quel maniero di fogliame e rami nodosi per ritrovare una persona probabilmente già morta per mano di chissà chi. O meglio, chissà cosa.

Blair Witch, se non fosse per la comparsa di James, potrebbe essere definito come un remake non ufficiale del primo film.

Tutto sembra apparire come diversi anni fa, eccetto per la tecnologia. Ora i ragazzi possono contare su telecamere piccole e leggere da portare come un auricolare, dotate di GPS per non perdersi, e soprattutto un robusto drone che ha la capacità di fare riprese a decine di metri di altezza, per avere così una visuale a volo d’uccello sulle eventuali strade che dovranno percorrere.

Anche questa volta le riprese sono fatte dai protagonisti. Il montaggio è spesso veloce, per dare maggiore dinamismo alle scene rispetto al primo Blair Witch Project.

Il film riesce a restituire una buona atmosfera, soprattutto durante le scene in cui gli attori raccontano tutte le leggende della maledetta strega attorno ad un fuoco, con alle spalle il buco nero costituito dal buio di Black Hills,

In questo caso è facile crogiolarsi in sensazioni paurose, care a chi ama il folclore horror classico, quello più fascinoso che si ciba di leggende metropolitane e dicerie spaventose.

Ma c’è un altro protagonista del film, ed è il rumore, Quello intenso, improvviso, che annuncia la comparsa di atti soprannaturali e pieni di malvagità ai danni di coloro che hanno l’ardire di passare la nottata a Black Hills.

Blair Witch è un film che va vissuto dentro una sala cinematografica, per godere al meglio di tutti gli effetti sonori che riempiranno le orecchie dello spettatore con irruenza.

Questo seguito riesce ad essere divertente, ma non eccessivamente pauroso. Le scene sono si efficaci, ma spesso simili al film precedente, e pagano lo scotto della perdita dell’originalità che faceva parte della sceneggiatura di Blair Witch Project.

Il film non da molto spazio alle punizioni corporali che la strega decide di far patire ai poveri protagonisti. La sceneggiatura decide di mostrare solo in superficie alcuni impressionanti (e soprannaturali) infortuni ai loro danni.

Un peccato, perché il coloro rosso sangue sembrava che legasse bene con il riposante verde della foresta. Questo sequel non rinuncia alle sue origini, e lo si nota soprattutto nella fase finale del film, dove purtroppo alcune scene girate in luoghi chiusi sono troppo lunghe.

Durante gli ultimi minuti dello spettacolo, dopo che ci si abitua a tutto il martellante bombardamento sonoro ed alla comparsa di strane presenze già viste, oramai, in decine e decine di altri horror, inizia a far paura di più l’effetto sbadiglio.

Sbadiglio che, per fortuna, dopotutto non arriva. Quando il film rivela il suo finale, questo non fa che rendere chiaro come questo Blair Witch sia, in realtà, un remake travestito, nemmeno troppo bene, da seguito.

COMMENTO
Questo seguito riesce ad essere divertente, ma non eccessivamente pauroso. Le scene sono si efficaci, ma spesso simili al film precedente, e pagano lo scotto della perdita dell’originalità che faceva parte della sceneggiatura di Blair Witch Project. Il film non da molto spazio alle punizioni corporali che la strega decide di far patire ai poveri protagonisti. La sceneggiatura decide di mostrare solo in superficie alcuni impressionanti (e soprannaturali) infortuni ai loro danni.
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Dopo la visione di “Grosso Guaio a Chinatown” a 10 anni, la mia più grande passione è diventata il cinema. Poco dopo gli adorati schiacciapensieri vengono surclassati dall'arrivo di un computer di nome “ZX Spectrum”. Scatta così l’amore per i videogiochi e la tecnologia. E le serie TV? Quelle ci sono sempre state, da "Il mio amico Arnold" fino a "Happy Days".